domenica 30 settembre 2018

DI MAIO VUOLE FARE PULIZIA ! PRONTO A CAMBIARE LA LEGGE BASSANINI I TECNICI CHE REMANO CONTRO IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO, LEGATI A POLTRONE CONSEGNATE DA PD E FI VERRANNO ELIMINATI!



Di Maio: “Molti tecnici dei ministeri stanno remando contro il Governo. Cambieremo legge Bassanini”
"Il vero problema è che ci sono al Ministero dell'Economia persone che stanno lì da decenni, che hanno in mano tutto il meccanismo e proteggono il solito sistema.
Non fanno capire tutte le voci di bilancio nel dettaglio in modo che si possa tagliare.
Ricordiamo che sempre questi tecnici hanno trovato in 1 giorno 20 miliardi per il decreto SALVABANCHE! Tutto ciò è intollerabile.
ECCO CHI IMPEDISCE IL CONTRATTO DI GOVERNO #DIFFONDETE
La potente armata di 200 mila burocrati di Stato che costano 25 miliardi all'anno.
In testa a tutti nella classifica degli stipendi, il direttore direttore generale e il ragioniere generale del Ministero dell’Economia. Entrambi superano quota 500 mila euro all’anno. Il segretario generale del ministero degli Esteri, percepisce, invece, 296 mila euro. E non finisce qui. Ben diciotto burocrati dello stesso ministero, ricevono una retribuzione superiore ai 250 mila euro. E non finisce qui.
Il capo di gabinetto del Ministero dell’Istruzione guadagna 190 mila euro all’anno, il responsabile della segreteria tecnica del ministro 90 mila. Il vice capo di gabinetto 124 mila euro.


Il presidente Micciche' sbattuto fuori dal parlamento europeo! Voleva tenersi le 2 poltrone ma l'hanno scoperto!



Che figura, ragazzi! Farsi buttare fuori dal Parlamento europeo dalla Corte di Cassazione. Succede al presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, che ha provato – in barba alla Legge – a tenersi le due poltrone. Ma è stato malamente ‘sbarellato’…
Primo dei non eletti alle elezioni europee di quattro anni fa nel collegio Sicilia-Sardegna nelle file di Forza Italia, Gianfranco Miccichè, presidente del Parlamento siciliano, pensava di essere diventato anche deputato europeo quando Salvo Pogliese, eurodeputato in carica, eletto anche lui tra i berlusconiani, si è dimesso dopo essere stato eletto sindaco di Catania.
Pogliese si è dimesso il 19 luglio e Miccichè pensava di essergli subentrato quattro giorni dopo. In realtà, visto che è già parlamentare regionale – e presidente del Parlamento dell’Isola – avrebbe dovuto dimettersi, perché tra le due cariche c’è incompatibilità. Il posto spetta al secondo dei non eletti, l’ex assessore regionale, Innocenzo Leontini, a meno che Micciché non si fosse dimesso da parlamentare regionale.
Ma Miccichè, che ha davanti altri quattro anni dorati di presidente dell’Ars, non ha alcuna intenzione di lasciare Palazzo Reale, sede del Parlamento siciliano. Contemporaneamente, ha provato a tenersi anche la poltrona (e l’indennità) di europarlamentare.
Con la sua solita faccia tosta, ha detto che si sarebbe dimesso a settembre, dopo aver ‘festeggiato’ a Strasburgo con i suoi amici che ha intruppato a Palazzo Reale. Parole, le sue, che denotano grande ‘stile’ e profondo senso delle istituzioni…
Del resto, il suo ‘capo’ – Berlusconi – non è forse quello delle olgettine?
Pensava, Miccichè, di essersi insediato anche al Parlamento europeo il 23 luglio. Ma, a questo punto, è stata la Cassazione, come ha ‘sgamato’ il quotidiano La Sicilia di Catania, a sbatterlo fuori dal Parlamento europeo senza tanti complimenti.
I giudici della Suprema Corte hanno stabilito che l’attuale presidente dell’Ars, non avendo esercitato il diritto di opzione, mantiene la carica pregressa (cioè quella di deputato regionale) e lascia libero il seggio a Strasburgo. Che va, per l’appunto, al già citato Leontini.
Con una puntualizzazione che, di certo, non farà piacere a Miccichè: Leontini subentra retroattivamente, cioè da luglio. Il presidente del Parlamento siciliano, come si direbbe dalle nostre parti, ha ‘accucchiato’ – cioè ha fatto – solo una pessima figura: la figura di chi avrebbe voluto tenersi, per qualche mese, magari per un paio di mesi e forse più, la doppia poltrona e che, invece, è stato malamente ‘sbarellato’.
La vicenda di Miccichè che si fa buttare fuori dal Parlamento europeo va vista per quella che è: l’ennesima manifestazione del degrado politico e istituzionale che contraddistingue la vecchia politica siciliana e, segnatamente, il centrodestra dell’Isola.
Miccichè messo alla porta dal Parlamento europeo con il pronunciamento della Cassazione fa il paio con le elezioni regionali vinte dal centrodestra con i ricorsi bloccati da cavilli e con i voti determinanti degli “impresentabili”: con l’attuale Governo regionale che è espressione di questo degrado politico e istituzionale (non utilizziamo la parola “morale”, perché questi signori del centrodestra siciliano non sanno nemmeno cosa sia…).
Quando c’era la vecchia lira si usava dire: “Figura da due lire…”.

Ilva, c'è l'accordo, 10700 assunzioni e 0 esuberi. Obbiettivo raggiunto per Di Maio e il Governo!



Avevano chiesto di mantenere sugli impianti quanti ci lavorano in questo momento e di arrivare agli “zero esuberi” al termine del piano ambientale nel 2023. Senza che venissero toccati gli stipendi. E alla fine i metalmeccanici hanno vinto su tutto. In 18 ore di trattativa a oltranza, partita in salita e chiusa da un applauso alle 8.10, quando si è capito che l’accordo era fatto. I sindacati e ArcelorMittal hanno raggiunto l’intesa che permetterà al ministro Luigi Di Maio di consegnare le chiavi dell’Ilva al colosso dell’acciaio nei prossimi giorni per l’ingresso ufficiale a partire dal 15 settembre. Con un accordo migliore di quello ipotizzato dal suo predecessore Carlo Calenda, che su Twitter si complimenta con il vicepremier.
I punti dell’accordo – L’azienda, dopo ore tese al tavolo del ministero dello Sviluppo Economico, ha deciso di riassumere subito 10.700 lavoratori e garantire la contrattualizzazione degli esuberi nel 2023 senza ritoccare al ribasso il costo del lavoro tagliando le ore in fabbrica di ciascun dipendente. Niente solidarietà preventiva, insomma: è la mossa decisiva, un punto sul quale i rappresentati dei lavoratori non avevano nessuna intenzione di cedere.
L’intervento di Di Maio – La svolta è arrivata poco dopo mezzanotte. In quel momento, dopo un secondo round di trattative seguito all’avvio “in salita” e alle distanze marcate” sottolineate dai sindacati e con una “bozza di accordo” che in realtà era una proposta dell’azienda, i segretari generali di Uilm, Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Usb hanno in mano un testo integrato e migliorato dalle loro controproposte. Ma la situazione non si blocca. Serve l’intervento diretto del governo e arriva Di Maio, che affianca il dg del Mise Giampiero Castano: va dritto da Rocco Palombella, Francesca Re David, Marco Bentivogli e Sergio Bellavita. Vuole sapere quale sono le condizioni sotto le quali non firmeranno mai. Ascolta, appunta e richiama ArcelorMittal.
La trattativa “forzata” nella notte – È il momento di “forzare”, perché senza l’intesa sindacale salta tutto. E con i miglioramenti ambientali vagliati dal ministero dell’Ambiente nelle ultime settimane e accettati dall’azienda, il nodo occupazionale è ormai l’ultimo da sciogliere. Il faccia a faccia vive momenti di tensione, ma prosegue. Alle 4.30 la discussione è accesa. Il leader della Fim-Cisl Bentivogli è il più agitato di tutti. La no-stop arrivata fino a tarda ora è però un segnale per lavoratori, azienda e governo: un punto di caduta verrà trovato. Dopo due ore e mezza di scrittura dei testi, la bozza è ormai pronta e si torna in plenaria dopo una riunione ristretta iniziata ormai da oltre 16 ore. Arcelor si presenta con 10.500 assunzioni subito, i sindacati ne chiedono 200 in più.
“Ultimo miglio”. E Calenda si complimenta – Sono le 8 e Di Maio parla di “ultimo miglio” ai presenti al tavolo e lo ripeterà poi all’esterno. L’azienda sa che non può far saltare un’operazione da 4,1 miliardi di euro in ballo dal giugno 2017 per un pugno di lavoratori dopo aver già accettato condizioni che alcuni mesi fa sembravano impossibili. L’accordo finale arriva in pochi minuti: 10.700 assunzioni, zero esuberi, premialità una tantum. Mancano le firme, arriveranno in giornata dopo aver letto e riletto il testo definitivo dell’intesa. Alla fine, prima delle firme, il messaggio di Calenda, che dopo decine di riunioni al Mise e quasi un anno di trattativa non aveva portato Mittal e sindacati a stringersi la mano, sancisce di fatto la buona riuscita del negoziato: “Una grande giornata per Ilva, per l’industria italiana e per Taranto – scrive poco le 10.30 su Twitter – Finalmente possono partire gli investimenti ambientali e industriali. Complimenti a aziende e sindacati e complimenti non formali a Luigi Di Maio che ha saputo cambiare idea e finalmente imboccare la strada giusta”.
Palombella (Uilm): “Ora referendum” – Per quanto manchino da “riguardare i testi e correggerli” anche Palombella e Re David parlano di “accordo fatto” che ora “deve essere approvato dai lavoratori con il referendum“. Non una formalità, ma nel testo c’è tutto quello che i sindacati hanno chiesto per un anno. “L’elemento importante è che non ci sono esuberi perché il piano prevederà il completo assorbimento di tutti i lavoratori con il mantenimento di tutti i diritti acquisti – spiega Palombella – Bisognava aumentare il numero di lavoratori. Siamo riusciti a ottenere un numero che secondo noi è importante: 10.700 compresi quasi 300 delle affiliate”.

ATTACCO TOTALE DEL PREMIER CONTE A BERLUSCONI DOPO LE SUE ESTERNAZIONI: DEMOLITO!

«Ricucire il Paese». Per il premier che risponde così a distanza alla funesta e disastrosa profezia di Berlusconi che il governo sarebbe durato poco. «Se Movimento 5 stelle e Lega continuano a crescere insieme e a confermare il consenso del Paese, questo governo può durare cinque anni». Perché «il 4 marzo si è chiusa per sempre una fase. Ereditiamo un’Italia divisa, e perfino lacerata da un referendum costituzionale sbagliato. A noi tocca provare a ricucire il Paese su nuove basi». Guardando allo scenario europeo, Conte spiega che nei vertici «mi trovo in una situazione diversa dagli altri capi di governo». Non sa «se più vantaggiosa», ma «di certo diversa»: nel senso che.. «loro sono assillati dal fatto di avere nei loro Paesi forze populiste che li assediano e erodono i loro consensi. Io, invece, il cosiddetto populismo ce l’ho nel governo, anzi ne sono l’espressione, lo rappresento. E credo di potere aiutare anche gli altri leader europei a capire dove e come occorre cambiare, per fare in modo che queste forze aiutino il sistema a migliorare e non a implodere». “L’Europa» spiega il premier «procede a scatti, tra periodi di stasi e passi avanti. Questo è il momento di farla scattare uscendo da una situazione in cui langue. Altrimenti diventa l’Europa dei gruppi regionali di cinque, sei Paesi». E sarebbe «una regressione geopolitica. Stiamo cercando di restituire centralità al Mediterraneo, marginalizzato dall’allargamento a Nord e a Est». Ai vertici europei in passato «spesso l’Italia non si è fatta valere per timore di rimanere isolata». In un’Europa «debole e disorientata, stiamo cercando di far capire che possiamo aiutarla a rafforzarsi, se riconosce che il contesto, il quadro strategico sono cambiati. E sull’immigrazione – rivendica – l’atteggiamento sta cambiando, a nostro favore».


VERGOGNOSO REGALO DI STATO: IL PD REGALO' 8 MILIONI DI EURO NELLA STAGIONE 2017-2018,FINALMENTE E STATA APERTA UN'INCHIESTA.



Luca Barbareschi nei guai per il maxi finanziamento da 8 milioni di euro di cui ha beneficiato per la stagione 2017-2018.  L'attore e direttore dell'Eliseo di Roma è indagato dal pm Giuseppe Cascini per traffico di influenze, in concorso con un "affarista" che, in cambio dell'assunzione di sua figlia in teatro, si sarebbe speso per far presentare un emendamento grazie al quale l'anno scorso il Parlamento ha approvato lo stanziamento extra Fus (il Fondo unico per lo spettacolo, erogato dallo Stato) a favore dell'Eliseo.
Ma prima dell'arrivo dei carabinieri del Nucleo investigativo - riferisce Il Tempo - ci hanno pensato le associazioni di categoria (Agis e Federvivo) a denunciare l'accaduto: "Si è deciso di riconoscere un contributo straordinario ad personamdi 8 milioni di euro a una società che gestisce un immobile di proprietà privata. Stiamo parlando della Casanova Teatro srl di Luca Barbareschi e del Teatro Eliseo". Ma gli arrabbiati non sono solo loro, anche Benedetta Buccellato, segretario generale dell'associazione per il Teatro Italiano, ha definito la concessione "una regalia faraonica a un privato", mentre "centinaia di bellissime sale in tutta Italia restano chiuse per mancanza di fondi".
Il contributo al teatro Eliseo è stato bocciato dall'allora ministro alla Cultura, Dario Franceschini, ma è poi stato presentato e successivamente ritirato dal decreto Milleproroghe, per finire dritto dritto in commissione Bilancio per mano dei due deputati, Alberto Giorgetti di Forza Italia e Sergio Boccadutri del Pd. Anzi, la cifra è stata addirittura raddoppiata, passando dai 2 ai 4 milioni di euro per ciascun anno.
Le altre sale romane, che hanno ricevuto un ottavo della somma ottenuta da Barbareschi, non sono rimaste a guardare. Infatti, a novembre, il Sistina, il Cometa, il Parioli, l'Ambra Jovinelli, il Quirino e il Vittoria hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio, chiedendo l'annullamento del provvedimento con cui il ministero dell'Economia e quello dei Beni culturali avevano stanziato gli 8 milioni di euro.

BELPIETRO: "GENTILONI HA FAVORITO I TRUFFATORI.PERCHÉ NESSUNO NE PARLA?"


Dove sono finiti i soldi dell'Unicef ?
Belpietro ECCEZZIONALE!
“Provate a immaginarvi se un governo di centrodestra, a pochi giorni dalla sua uscita di scena, avesse deciso di depenalizzare, o quantomeno trovare una formula nuova per un reato come l’appropriazione indebita. Secondo voi cosa sarebbe successo?”
Così Maurizio Belpietro in un video editoriale sulla pagina Facebook de La Verità.
“Ve lo spiego subito io” continua il giornalista “avremmo visto Roberto Saviano lanciare un appello per una manifestazione per protestare contro questo provvedimento; avremmo visto Gad Lerner spiegare che insomma non si rubano i Rolex, che i Rolex bisogna pagarli; avremmo visto Vauro fare delle vignette per raccontare che a Palazzo Chigi c’è qualcuno che somiglia molto alla Banda Bassotti.
Insomma avremmo visto tutta una serie di episodi come questi”:
“E in realtà invece” aggiunge Belpietro “è successo che il governo Gentiloni abbia approvato un provvedimento che di fatto rende perseguibile soltanto la querela di parte all’appropriazione indebita, quindi frappone un ostacolo sostanzialmente all’azione del pm, però nessuno si è domandato come mai, nessuno sembra interessato ad approfondire questa faccenda”.
E ancora: “Non soltanto nessuno è interessato a conoscere perché il governo Gentiloni il 10 di aprile, cioè poco prima di uscire di scena, quando già il Partito Democratico aveva perso le elezioni, abbia deciso di fare questo provvedimento”.
“Ma ancora più interessante e poco indagato dalla grande stampa” prosegue Belpietro “cioè: dove siano finiti i soldi di una fondazione che doveva raccogliere quattrini per i bambini africani e invece, a quanto pare, ha destinato quei soldi a comprare delle ville in Portogallo. E dietro questa vicenda c’è indagato il cognato di Matteo Renzi: ma ovviamente nessuno vuole sapere altro”.
BRAVO DEL PIETRO !

PD IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO, LE IMMAGINI DI UN BRANCO DI 6- 7 MILA DISPERATI, MENTRE i giornali a guida PD Titolano 70mila persone !



Il Pd si presenta oggi, alle 14, a piazza del Popolo, a Roma, nelle condizioni di salute peggiori di sempre. I dirigenti, a partire dal segretario Maurizio Martina, sperano che sia l’occasione per dimostrare di essere ancora vivi. Non sarà facile. Il 4 marzo, con il 18,7% dei voti alle elezioni, i Dem hanno toccato il fondo. Le feste dell’Unità di questa estate sono andate quasi tutte deserte.
Manca un progetto chiaro e alternativo al governo giallo-verde. Le parole d’ordine e gli slogan, però, non sono cambiati, nonostante gli elettori abbiano dimostrato di non gradire. Insomma, anche oggi verrà propinato il solito mantra: «resistenza», «fronte repubblicano», «ritorno del fascismo», «pericolo razzismo» e «allarme democratico». Ma soprattutto il Pd è ancora il partito del tutti contro tutti, diviso in fazioni pronte a scannarsi e senza un leader riconosciuto. Il povero Martina recentemente ha dovuto subire pure lo smacco di non essere invitato a una cena a casa di Calenda (i partecipanti, ovviamente, hanno dato tutti buca) per decidere le sorti del partito.
Intanto, i renziani preparano le barricate per non venire defenestrati. Il presidente Dem, Matteo Orfini, tiene comizi davanti a poche decine di militanti e, allo stesso tempo, propone di «sciogliere» il partito per farne uno nuovo di zecca, sperando così che gli elettori non se ne accorgano. L’ex ministro allo Sviluppo è ancora più duro: «Il prossimo segretario deve essere uno psichiatra».
Quello in carica, intanto, è sempre più scoraggiato. Non può fare altro che esortare i compagni ad essere «più generosi e meno arroganti».
In una situazione di questo tipo non resta che prendersela con l’esecutivo giallo-verde. «Di fronte all’irresponsabilità di questo governo non possiamo non alzare la voce - dice Martina - Vorrei un governo che si rendesse conto delle scelte che compie. Non possiamo non scendere in piazza davanti a chi sta mettendo il Paese a rischio».
Sul palco di piazza del Popolo dovrebbero salire anche Renzi (ha invitato i militanti alla «resistenza civile») e Nicola Zingaretti. Il governatore del Lazio al momento è l’unico ad aver annunciato la candidatura alle primarie. Ci sarà anche Calenda, il quale insiste nel fare tabula rasa: «Il partito va superato. Deve partecipare alla costruzione di un fronte progressista molto ampio in vista delle elezioni europee. A capo di questo fronte deve esserci Paolo Gentiloni». Più che un nuovo percorso sembra il gioco delle tre carte: si cambia nome al partito, si chiede a qualche forza marginale di allearsi e si sceglie come capo l’ultimo compagno che ha fatto il presidente del Consiglio.

sabato 29 settembre 2018

VERGOGNOSO BRIATORE DA DEI FANNULLONI AI RAGAZZI MERIDIONALI! GUARDATE E DIFFONDETE PER SVERGOGNARLO OVUNQUE,FORZA



I giovani meridionali? Sono dei fannulloni. Si potrebbe sintetizzare così il "Briatore pensiero" espresso ieri sera ai microfoni de La Zanzara dall'ex manager di Formula 1, pensiero che spesso ha ribadito nel corso degli ultimi anni parlando delle difficoltà di fare impresa in Italia. "Se adesso danno pure un reddito di cittadinanza, questa mi sembra una follia vera. Per me è una follia perché paghi la gente che sta sul divano. Sul divano ci sono già gratis, poi addirittura li paghi. Prenderanno il divano a due piazze. Investimenti in Meridione? Ci sono difficoltà enormi. E la gente non ha voglia. Chi aveva voglia è andato fuori dal Sud. Quando abbiamo avuto la possibilità di avviare un’attività a Otranto, nel nostro gruppo c’erano diversi pugliesi. Abbiamo dato la possibilità di tornare, ma nessuno ha voluto. Rimane chi non si sbatte molto per trovare un lavoro, se adesso danno anche il reddito di cittadinanza è finita", ha dichiarato Flavio Briatore parlando del reddito di cittadinanza presente nel contratto di governo M5S-Lega.


Nonostante Briatore sia assolutamente contrario a qualsiasi tipo di politica di stampo assistenzialista, rispetto al nuovo governo si dice fiducioso e spiega di essere d'accordo con il leader della Lega su moltissimi temi: "Nuovo governo? Mi sembra ci sia molto entusiasmo. Mi sono simpatici sia Salvini che il grillino, lasciamoli fare. Faccio il tifo per loro, certo. Come dovrebbero fare tutti. Su immigrazione e fisco sto con Salvini. Ha ragione quando dice che i clandestini bisogna bloccarli prima che arrivino. Bisogna bloccare i barconi, ormai sappiamo da dove partono. Investire e creare posti di lavoro lì. La flat tax è da fare subito, immediatamente, subitissimo. Se premia i ricchi va bene perché vuol dire che se uno risparmia con la flat tax, investe più nell’azienda, crea più posti di lavoro".

continua su: https://www.fanpage.it/briatore-reddito-di-cittadinanza-al-sud-la-gente-non-ha-voglia-di-lavorare-sarebbe-una-follia/p2/
http://www.fanpage.it/

LA GRANDE TRUFFA DELL’UNICEF: I SOLDI DELLE OFFERTE? IL GROSSO E’ DESTINATO A STIPENDI FARAONICI, VIAGGI E VILLE DI LUSSO E SONTUOSE CAMPAGNE PUBBLICITAIRE



I dati che ci arrivano sono davvero spaventosi, e se confermati, potremmo quasi osare dire di trovarci davanti ad una vera e propria truffa.
In Italia, solo per gli stipendi e le campagne promozionali si brucia quasi la metà dei soldi raccolti.
Per non parlare dei costi delle strutture, che proprio in Italia sono tra i più elevati, basti pensare solo alle megaville che Unicef possiede a Roma.
Altra stranezza riguarda il fatto che, in Italia, Unicef non destini nemmeno un euro dei suoi soldi ai piccoli profughi che giungono sulle nostre coste. Eppure in altri parti del Mondo Unicef è molto attivo in tal senso.
Il punto è che i soldi di Unicef Italia, nel nostro paese, finiscono quasi tutti bruciati tra costi dell’associazione e burocrazia.
Senza dimenticare che il comitato centrale di Ginevra gestisce quest’associazione mondiale senza dare conto a nessuno, senza lasciare libertà di scelta ai singoli comitati nazionali.
Basti pensare che, un paio di anni fa, alcuni consiglieri Unicef proposero a Ginevra di destinare almeno il 5% dei soldi raccolti ai bambini indigenti italiani. Ma da Ginevra non è mai giunta nessuna risposta!
In pratica la filiale italiana viene semplicemente usata come “cassa” alla quale attingere per finanziare i progetti nel Terzo Mondo.
E intanto i donatori italiani continuano a subire una vera e propria truffa!
——
Unicef: fondi destinati a campagne pubblicitarie, ville e stipendi dei dirigenti
La filiale italiana dell’Unicef viene usata dai vertici di Ginevra come se fosse un bancomat. Si prelevano soldi per la realizzazione di vari e svariati progetti, ovunque, tranne che in Italia.
Non si è mai vista una bandiera Unicef in nessuno tra le migliaia di sbarchi in Sicilia, Calabria e Sardegna. Oltre mezzo milione di bambini, spesso non accompagnati, accolti dai volontari e da altre associazioni non governative. Dove è l’Unicef così attivo in qualsiasi emergenza umanitaria in qualsiasi parte del mondo?
Dagli anni ’70 ad oggi sono stati raccolti dal Comitato italiano Unicef oltre 2 miliardi di euro, ma per l’assistenza ai bambini italiani o ai figli degli immigrati sbarcati sulle nostre coste non è stato speso neanche un centesimo.
Tra l’altro, la povera Italia non ha neanche mai alzato la cresta, né preteso alcunchè dai vertici Ginevra. Per paura di vedersi revocato lo status, forse, ma comunque si è sempre limitata ad eseguire gli ordini senza partecipare ai comitati e senza proporre propri progetti. Perciò solo raccolta fondi senza alcun benefit, questo fa la sede italiana.
Ma allora i soldi dove vanno a finire se i bimbi italiani e quelli italiani acquisiti muoiono di fame? Negli stra-stipendi, nelle mega-ville e nelle super-campagne. Sì, superlativi, perché superlative sono le somme di danaro di cui stiamo parlando. Nel 2015 sono stati spesi in campagne promozionali e strutture circa 20 milioni di euro, su 55 ricavati. La sede centrale di Roma è un complesso di due enormi ville collegate tra loro da un ponticello pedonale, con una tecnologicissima sala conferenze e dei sotterranei con tanto di scavi archeologici dell’età imperiale annessi e connessi.
L’analisi della dinastia dei presidenti del comitato italiano di certo non giova alla situazione. A predisporre il restauro fu il Presidente Giovanni Micali, costretto alle dimissioni poco dopo per una strana manovra di Palazzo. A lui subentrò Antonio Sclavi, consigliere del Monte dei Paschi di Siena e proprietario di varie panetterie in Toscana. Poi ci fu Vincenzo Spadafora, pupillo di Micali, poi quello che era stato vice presidente amministrativo dell’ente, Giacomo Guerrera, detto lo “sparagnino”, eletto per il rotto della cuffia. A Guerrera piace così tanto la poltrona che ha fatto di tutto per allungare il suo mandato di un anno, modificando uno statuto considerato intoccabile fino ad oggi.
Che in quest’anno in più riesca a destinare qualche soldo ai bambini che muoiono di fame sul nostro territorio, oppure vogliamo fare altri lavori alla villa?

venerdì 28 settembre 2018

DI MAIO "TECNOCRATI ZAVORRA DEL VECCHIO SISTEMA DI CUI DOBBIAMO LIBERARCI". IL NOSTRO ORIZZONTE IL 2050,







DI MAIO "TECNOCRATI ZAVORRA DEL VECCHIO SISTEMA DI CUI DOBBIAMO LIBERARCI". IL NOSTRO ORIZZONTE IL 2050! 




ULTIMA ORA BOMBA: A GENNAIO LE PENSIONI MINIME ARRIVERANNO A 780 EURO... GUARDATE E DIFFONDETE IL PIU' POSSIBILE TUTTI DEVONO SAPERE FORZA RAGAZZI!





















Le pensioni stanno cambiando in modo radicale. Il provvendimneto inserito nel Def di fatto è propedeutico ad un totale superamento della riforma della Fornero.

Il cambiamento del sistema previdenziale è certamente uno dei punti più discussi nella nota di aggiornamento varata in Consiglio dei Ministri e rappresenta una voce di spesa importante nella legge di Bilancio che toccherà quota 2,4 per cento nel rapporto deficit/Pil. Le nuove regole per l'uscita dal lavoro potrebbero fissare la quota 100 a 62 anni. Bisogna capire ancora quali saranno i paletti appplicati. Gli anni di contribuzione minima dovrebbero essere 41 e mezzo e l'età non dovrebbe essere inferiore a 62 anni. L'ipotesi più accreditata prima del Def prevede una asticella a 64 anni. Prima del varo della manovra, il governo dovrà definire proprio questi paletti per individuare il costo effettivo della riforma. Il provvedimento potrebbe interessare tra i 220mila e i 400mila lavoratori. Il presidente dell'Inps, Tito Boeri ha già attaccato la riforma voluta dall'esecutivo e ha fatto scattare l'allarme sulla sostenibilità del nuovo sistema definendo la scelta del governo "iniqua e irresponsabile".
Ma sul piano previdenziale non è questa l'unica novità. Come ha annunciato il vicepremier Di Maio da gennaio le pensioni minime potrebbero arrivare a 780 euro grazie al taglio delle pensioni d'oro. Proprio l'introduzione delle pensioni di cittadinanza era stata fortemnete criticata dall'esperto previdenziale vicino alla Lega, Alberto Brambilla. Di fatto però l'aumento delle minime ci sarà e sarà accompagnato come abbondantemente annunciato nelle scorse settimane con la sforbiciata sugli assegni sopra i 4500 euro con lo la barriera di salvaguardia fissata a 90mila euro complessivi di reddito. Prima degli aumenti dunque arriveranno i tagli che saranno articolati soprattutto sull'età anagrafica dell'uscita dal lavoro. Infatti il sistema prevede un taglio per ogni anno di anticipo sulla pensione rispetto all'età fissata secondo le norme. Un anno di anticipo potrebbe valere dallo 0,5 all'1,5 per cento in meno sull'assegno. Anche su questo tema così delicato il governo docrà offrire maggiori dettagli. Inoltre dovrà definire se verranno tagliate le pensioni dirette o anche quelle di reversibilità. Da gennaio dunque per pensionati ci saranno grossi cambiamenti e una nuovo sistema previdenziale con cui misurarsi. Bisognerà attendere le cifre esatte per capire quanto si perde (o si guadagna) sull'assegno.

giovedì 27 settembre 2018

ULTIM'ORA: VITTORIA M5S! REDDITO, AUMENTO PENSIONI E SUPERAMENTO DELLA FORNERO! CONDIVIDET!




L’intesa è arrivata poco dopo le 21, alla fine di un lungo pomeriggio di stallo in attesa del consiglio dei ministri convocato alle 20 per varare la Nota di aggiornamento al Def e slittato di oltre un’ora. Il deficit nel 2019 salirà al 2,4% del pil, il livello chiesto dai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e rispetto al quale il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha cercato per giorni di fare argine fissando il tetto a quota 1,6%. “Accordo raggiunto con tutto il governo sul 2,4%. Siamo soddisfatti, è la manovra del cambiamento”, esultano i due leader di M5s e Lega. Rispetto all’1,6% da cui Tria non voleva discostarsi – quota che sarebbe stata sufficiente per evitare l’aumento Iva previsto dalle clausole di salvaguardia – le risorse aggiuntive “a prestito” ammontano a 13,6 miliardi circa.

“Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che per la prima volta nella storia di questo Paese cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza per il quale ci sono 10 miliardi“, ha dichiarato Di Maio. Anche se la cifra non basta per garantire l’assegno per tutto l’anno, visto che il progetto di legge originario del Movimento stimava il costo in 17 miliardi, cifra rivista al rialzo dall’Inps secondo cui di miliardi ne servirebbero almeno 35“Rilancia il mercato del lavoro anche attraverso la riforma dei centri per l’impiego”, ha aggiunto il vicepremier. “Via libera anche alla pensione di cittadinanza che dà dignità ai pensionanti. E con il superamento della Fornero, chi ha lavorato una vita può finalmente andare in pensione liberando posti di lavoro per i nostri giovani, non più costretti a lasciare il nostro Paese per avere un’opportunità. Non restano esclusi i truffati delle banche, che saranno risarciti con un Fondo ad hoc di 1,5 miliardi. Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini, per la prima volta non toglie ma dà”.
Tasse abbassate al 15% per più di un milione di italiani“, ha commentato invece Salvini, “diritto alla pensione per almeno 400mila persone e altrettanti posti di lavoro a disposizione dei nostri giovani superando la legge Fornero, chiusura delle cartelle di Equitalia, investimenti per scuole, strade e Comuni. Nessun aumento dell’Iva. Pienamente soddisfatto degli obiettivi raggiunti”.
La bozza del Piano nazionale di riforme – Nel pomeriggio le agenzie hanno anche diffuso una bozza del piano nazionale di riforme che il governo dovrebbe presentare, insieme alla Nota, nel consiglio dei ministri. Il documento viene solitamente varato ad aprile insieme al Def, che però quest’anno è stato licenziato dal governo uscente che si è quindi limitato a compilare la parte tendenziale. Fonti di governo hanno però riferito che “il testo che gira è una bozza già ampiamente superata. Quindi molti punti che vengono anticipati non corrispondono al testo definitivo”. Tra i punti principali della bozza ci sono introduzione del reddito di cittadinanza e innalzamento delle pensioni minime a 780 euro, ‘quota 100‘ come somma di età anagrafica e contributiva per lasciare il lavoro ma con restrizioni per garantire la sostenibilità del sistema, pace fiscale per chi ha liti con l’erario di valore non superiore a 100mila euro, riduzione delle aliquote Irpef da cinque a tre nel 2020 e poi due nel 2021: 23% per i redditi fino a 75mila euro e del 33% sopra quel livello.
Reddito di cittadinanza e ristrutturazione centri per l’impiego – “Il governo è fortemente impegnato in una azione dimiglioramento dell’inclusione sociale, lotta al precariato, incentivazione del lavoro giovanile e femminile e promozione di una maggiore equità del sistema pensionistico”, si legge nella bozza. E dunque “l’introduzione del Reddito di Cittadinanza ha un duplice scopo: sostenere il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa individuata dall’Eurostat per l’Italia (pari a 780 euro mensili); fornire un incentivo a rientrare nel mercato del lavoro, attraverso la previsione di un percorso formativo vincolante, e dell’obbligo di accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro eque e non lontane dal luogo di residenza del lavoratore”. Quanto alla ristrutturazione dei centri per l’impiego “dovrà puntare a rendere omogenee le prestazioni fornite, e realizzare una rete capillare in tutto il territorio nazionale. Il Governo intende attuare un piano di assunzioni di personale qualificato, in aggiunta a quanto già definito nella Legge di Bilancio per il 2018, sarà inoltre dedicata particolare attenzione alla realizzazione del Sistema Informativo Unitario e allo sviluppo di servizi avanzati per le imprese”. Si introdurranno anche “le pensioni di cittadinanza, che integreranno le pensioni esistenti al valore della soglia di povertà relativa di 780 euro. Una parte delle risorse destinate alla realizzazione di misure verrà dall’abolizione delle pensioni di privilegio, con un taglio degli importi superiori a 4000 euro netti mensili, non corrispondenti alle effettive contribuzioni“.
Entro fine legislatura due aliquote Irpef – La flat tax, viene assicurato, sarà realizzata in due anni, entro il 2020. Il timing di due anni vale anche per la revisione delle tax expenditures, lo spostamento della tassazione dalle persone alle cose, la riduzione delle controversie tributarie per migliorare l’efficacia della riscossione. Tra le priorità figura la ‘pace fiscale‘. Un provvedimento “da inquadrare nell’ambito di una riforma strutturale del fisco”, che “coinvolgerà i contribuenti con cartelle esattoriali e liti fiscali, anche pendenti fino al secondo grado fino a 100mila euro”. Per quanto riguarda la tassazione per le persone fisiche, si passerà inizialmente dalle attuali cinque aliquote a tre aliquote e quindi a due a partire dal 2021. Il livello delle aliquote verrà gradualmente ridotto, fino ad arrivare ad un’unica aliquota del 23 per cento per i redditi fino a 75mila euro e del 33 per cento sopra a tale livello entro la fine della legislatura
Per quanto riguarda il sistema previdenziale, “verrà introdotta una nuova finestra per i pensionamenti anticipati senza il requisito anagrafico, attualmente in vigore per chi ha maturato un’anzianità contributiva di 41 anni. A questo si aggiunge il requisito di ‘quota 100’ come somma di età anagrafica e contributiva, con alcune restrizioni funzionali alla sostenibilità del sistema previdenziale”. “Un’attenzione particolare sarà rivolta alle donne, caratterizzate da una carriera discontinua“, si legge nel testo.
Infine le grandi opere: “il governo intende sottoporre ad un riesame, attraverso un’attenta analisi costi-benefici, le grandi opere in corso (i.e. la Gronda autostradale di Genova, la Pedemontana lombarda, il terzo valico, il collegamento tra Brescia e Padova e la tratta Torino-Lione). L’analisi sarà elaborata dalla Struttura Tecnica di Missione del Mit, che svolge funzioni di alta sorveglianza, promuove le attività tecniche ed amministrative non solo per l’adeguata e sollecita progettazione e approvazione delle infrastrutture, ma anche per la vigilanza sulla realizzazione delle infrastrutture stesse”.

CLAMOROSA NOTIZIA: Stato-mafia, Di Matteo a Tg2000: “Berlusconi anche da Premier continuò a pagare Cosa Nostra”



“Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa Nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio”. Lo ha detto il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in un’intervista realizzata da Paolo Borrometi per il Tg2000, il telegiornale di Tv2000, presentando il suo libro ‘Il patto sporco’ scritto con il giornalista Saverio Lodato.
“Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana – ha aggiunto Di Matteo – movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa Nostra”.

“Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento – ha raccontato Di Matteo – noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’ Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’ Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992″. 
“Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia – ha sottolineato Di Matteo – va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi anche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’ imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo”.

VERGOGNOSO UN EX PARLAMENTARE DEL PD DIVENTA VICEPRESIDENTE DEL CSM, GUARDATE E DIFFONDETE TUTTI QUESTA BUFFONATA!


Sergio Mattarella aveva capito tutto. Ieri, incontrando i nuovi membri del Csm, si è rivolto ai laici che “sono eletti non perché rappresentanti di singoli gruppi politici (di maggioranza o di opposizione) bensì perché, dotati di specifiche particolari professionalità“. Ventiquattro ore dopo ecco che il plenum ha votato un vicepresidente che più politico non si può: David Ermini , deputato del Pd fino a luglio, quando si è dovuto dimettere dopo l’elezione a Palazzo dei Marescialli (formalmente, però, risulta in carica a Montecitorio fino a ieri).
Il Pd applaude alla Camera – Renziano di strettissima osservanza, toscano di Figline Valdarno, è riuscito a spuntarla nell’elezione più imprevedibile nella storia di Palazzo dei Marescialli. E a diventare il primo responsabile giustizia di un partito – il Pd– passato direttamente a dirigere l’organo di autogoverno dei magistrati. E infatti – alla notizia dell’elezione – il gruppo del Pd alla Camera ha applaudito rumorosamente in aula.  Alla terza votazione, quando bastava la maggioranza semplice, Ermini ha preso 13 preferenze mentre Alberto Maria Benedetti, uno dei tre docenti eletti dal M5s, si è fermato a 11. Due le schede bianche, cioè i laici eletti da Forza Italia.A votare per lo sconfitto sono gli altri laici espressione dei partiti di maggioranza (cioè i tre consiglieri eletti dal M5s e i due della Lega), i due togati di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo, e – a sorpresa – anche i quattro di Area, la corrente di sinistra della magistratura. “Lo abbiamo scelto – dicono i consiglieri Giuseppe Cascini, Alessandra Dal Moro, Mario Suriano, Ciccio Zaccaro – perché è un professore di diritto civile, distante dalle tante polemiche che caratterizzano il dibattito sulla giustizia e più consapevole dei reali problemi e bisogni del sistema giudiziario. Perché è un uomo di diritto non immediatamente riconducibile ad uno schieramento politico”. In pratica le caratteristiche completamente opposte rispetto a quelle di Ermini, che non immediatamente riconducibile a uno schieramento politico: ne è stato deputato. 
Vertici Cassazione fondamentali – A far pendere la bilancia per il renziano sono le correnti di destra e centro delle toghe. Le tredici preferenze del neoeletto vicepresidente, infatti, sono quelle dei dieci consiglieri togati di Magistratura Indipendente e Unicost. Alle quali si sommano quelle dei vertici della Cassazione, membri di diritto del Csm: il presidente Giovanni Mammone e il procuratore generale Riccardo Fuzio, esponenti rispettivamente di Mi e Unicost. A rendere possibile l’elezione del renziano, disattendendo le indicazioni di Mattarella, sono gli esponenti apicali della magistratura italiana. Che si sono accodati ai diktat delle loro correnti, nonostante appena ieri Mattarella avesse detto che “i togati non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pura appartenenza“. Niente da fare, invece.

Di Maio: “Dov’è l’indipendenza?” – E anche se Ermini ha subito messo le mani avanti spiegando di aver chiesto “la sospensione dell’iscrizione al partito”, la sua elezione scatena subito la polemica politica. “È incredibile! Avete letto? Questo renzianissimo deputato fiorentino del Pd è appena stato eletto presidente di fatto del Consiglio Superiore della Magistratura. Lo hanno votato magistrati di ruolo e membri espressi dal Parlamento. Ma dov’è l’indipendenza? E avevano pure il coraggio di accusare noi per Foa che non ha mai militato in nessun partito. È incredibile. Ermini è stato eletto a marzo, si è fatto 5 anni in parlamento con il Pd lottando contro le intercettazioni: la riforma che abbiamo bloccato era proprio la sua. Ora lo fanno pure presidente. Il Sistema è vivo e lotta contro di noi”, dice Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 stelle. Secondo il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede: “I magistrati del Csm hanno deciso di affidare la vice presidenza del loro organo di autonomia ad un esponente di primo piano del Pd, unico politico eletto in questa legislatura tra i laici del Csm. Da deputato mi sono sempre battuto affinché il Parlamento individuasse membri laici non esposti politicamente. Prendo atto che all’interno del Csm, c’è una parte maggioritaria di magistrati che ha deciso di fare politica!“.
Colletti (M5s): “Colpa nostra” – “La colpa dell’elezione di Ermini quale vicepresidente del Csm non è dei togati e laici che lo hanno votato. È nostra, come M5S, la colpa di averlo votato, nonostante fosse un politico vicinissimo a Renzi. Abbiamo sbagliato – io mi sono rifiutato di votarlo – prendiamone atto e facciamo tesoro dei nostri sbagli”, dice invece il deputato Andrea Colletti. “Attaccare l’elezione di Ermini significa attaccare l’indipendenza della Magistratura. Il vice presidente del consiglio Di Maio e il suo governo ci hanno purtroppo abituato a una quotidiana escalation di questi attacchi. Questo è inaccettabile tanto verso un organo come il Csm, presieduto dal Presidente della Repubblica”, dice il deputato dem Walter Verini, che ha preso il posto di Ermini come responsabile giustizia del partito. “Sono dichiarazioni gravissime da parte di autorevoli rappresentanti di governo sul Csm. Addirittura il ministro della Giustizia. Dimostrano in questo modo di non avere alcun senso dello Stato. Il governo rispetti la Costituzione e l’organismo di autogoverno della magistratura”, attacca il segretario del Partito democratico Maurizio Martina.
Davigo: “Ermini ha diviso in due il Csm” – Molto critica anche Autonomia e Indipendenza, la corrente di Davigo: “”La strettissima maggioranza con la quale è stato eletto l’avvocato Ermini – scrive la corrente in una nota – ha diviso in due il Csm a causa della diretta provenienza del nuovo vicepresidente dalla politica, unico tra tutti i laici eletti dal Parlamento. Prendiamo atto di una nomina che avviene a maggioranza risicata, dando l’immagine di una magistratura spaccata. Una scelta che da la sensazione che il Csm sia un contrappeso del governo e che la magistratura sia legata ad una parte, in aperta contraddizione con quanto affermato dal Capo dello Stato nel suo intervento”. Davigo e Sebastiano Ardita – altro consigliere eletto – continuano esprimendo stupore “per  la convergenza di componenti del Csm che rappresentano i gruppi maggioritari nella scelta di un vicepresidente espresso da una forza che, oggi minoritaria, ha governato fino a pochi mesi addietro e per la quale siede in Parlamento un magistrato in aspettativa, ex componente del Csm ed ex segretario generale di Mi”. Un chiaro riferimento al Pd e a Cosimo Ferri, oggi deputato del partito e in passato leader di Magistratura indipendente, di cui costituisce sempre un punto di riferimento. E infatti i retroscena raccontano di come Ferri – che da sottosegretario faceva campagna elettorale via sms per le elezioni al Csm – abbia giocato un ruolo dietro l’elezione di Ermini. D’altra parte è da sempre considerato l’uomo cerniera tra politica e magistratura.