mercoledì 23 maggio 2018

CLAMOROSA NOTIZIA RENZI VUOLE ABBANDONARE IL PD E VUOLE APRIRE UN NUOVO PARTITO!



Le tappe dell'addio a cavallo delle Europee: prima la Leopolda, poi la scissione consensuale in due sigle.

«Imbarazzante»: quell'espressione Matteo Renzi l'avrà ripetuta 100 volte negli ultimi quattro giorni, rivolta a quanto è andato in scena all'assemblea nazionale del Pd. Mentre grillini e leghisti danno l'assalto al Palazzo per ridisegnare la geografia del Potere in Italia; mentre il terremoto che ne consegue sta cambiando la geografia del politica Paese, scomponendo e ricomponendo alleanze e soggetti politici; ebbene, mentre il mondo di ieri tramonta e il nuovo è pieno di incognite, il Pd continua dilaniarsi nelle lotte interne, sulla questione amletica, intimista, per non dire masochista: Renzi sì, Renzi no.
E a questo punto per il personaggio della discordia - «imputato», per alcuni, e «speranza», per altri - la misura è colma. È il momento di levare gli ormeggi e mettere le vele al vento. «Io mi aspettavo una novità è stato lo sfogo che l'ex segretario ha regalato a molti dei suoi dentro le mura amiche -, una risposta all'altezza di fronte al pericolo di Grillo e Salvini. E, invece, niente. Hanno di nuovo discusso di tematiche interne, il solito canovaccio di tutti contro Matteo. Anche se io ho fatto di tutto per evitarlo: avevamo i numeri per vincere, ma ho impedito la conta, non sono stato divisivo; e loro, invece, di nuovo a sparare contro il sottoscritto. Solo che hanno sbagliato Matteo. Sono sconfortato, ma ormai ho deciso: siamo al punto di non ritorno, ognuno per la sua strada».
E questa volta dai segnali, dagli sfoghi, dai ragionamenti che provengono dagli uomini dell'ex segretario, si capisce che siamo ad un punto di svolta. «Alea iacta est è la citazione di Cesare che dalla bocca di Renzi rimbomba da quelle parti, un eco del bonapartismo oltralpe di Macron -, il dado è tratto».
Qualcuno dirà che è troppo tardi, altri che è troppo presto, ma ormai il meccanismo si è messo in moto. Le due anime del Pd, o di quel che ne è rimasto, stanno volando verso la scissione, o meglio, l'anima renziana punta a rinascere in un nuovo soggetto politico. Un nuovo soggetto in gestazione, la cui costruzione è in fase avanzata con tanto di modelli e di scadenze, affidata alle cure di un vero e proprio team. Tappe principali: la Leopolda del prossimo autunno; mentre la nascita della nuova «creatura» è prevista per l'inizio del 2019, pronta per le grandi manovre primaverili e, probabilmente, per le elezioni europee. Quindi, alla fine ci sarà una separazione consensuale: due partiti e, naturalmente, due gruppi parlamentari; sempreché non si arrivi in quel contesto, che non si può escludere, a nuove elezioni politiche. C'è stato uno studio anche sulla Fondazioni (cioè sulle risorse) e si è trovato un modo per dividerle.
I modelli presi come punto di riferimento sono «En marche!» di Emmanuel Macron e, ancor più, lo spagnolo «Ciudadanos», specie per l'organizzazione, visto che, secondo gli esperti che ci stanno lavorando, è più aperto alla società civile e all'associazionismo. Insomma, più adatto a riconvertire l'esperienza del Pd. Ed è un'operazione non rinviabile, perché i tempi della politica stanno accelerando.
Il problema è la scelta sul tipo di opposizione che va esercitata sul governo del Partito Unico dei Populisti (per citare Renato Brunetta), che mette insieme leghisti e grillini in una prospettiva che potrebbe andare ben oltre l'alleanza di oggi. Da una parte c'è ancora chi ragiona secondo le logiche di una vecchia sinistra, sulla scia di Liberi e Uguali, che punta a stimolare e spingere i 5stelle su quel versante. Sono quelli che hanno posto la condizione che l'ex segretario all'assemblea nazionale non parlasse, perché gli contestavano di aver fatto saltare l'accordo con i 5stelle. E c'è chi, appunto, come Renzi e i suoi, invece, vuole essere alternativo ad ogni tipo di populismo: agli emuli di Le Pen, ma anche di Podemos o di Syriza. Appunto, sullo schema di «En marche!», o di Ciudadanos. Non un ritorno alla «retorica europeista», cara a Napolitano, del «ce lo chiede l'Europa». Ma un «no» anche alla «retorica sovranista» in voga di oggi, quella, per metterla in battuta, «del mettiamolo in quel posto all'Europa», corredata da referendum sull'Euro, e via dicendo. La questione, semmai, è come cambiare l'Europa, stando in Europa, facendo, o difendendo fino in fondo, gli interessi italiani. Più o meno come fa la Merkel per la Germania, o Macron per la Francia. Una posizione discriminante se si pensa che da due giorni la nascita del nuovo governo è bloccata dalla richiesta di Salvini di nominare al ministero dell'Economia, Paolo Savona, economista illustre ma, soprattutto, caposcuola in Italia della dottrina di chi predica l'uscita dall'euro. Si polemizza sul curriculum del candidato premier Conte (che si laureò con una tesi di laurea che ha un titolo profetico, «Inadempimento prima del termine»), ma la verità è che al Quirinale vogliono un altro ministro nel Palazzone dei numeri di via XX settembre.
Questo per dire quanto i temi europei contino nella scomposizione e nella ricomposizione dello scenario politico italiano. Un'avvisaglia si avrà oggi quando all'assemblea della Confindustria il ministro Calenda, forse nel suo ultimo discorso al governo, sparerà sull'alleanza gialloverde e sui suoi limiti, su Tav, Ilva e via dicendo.
La verità è che la nascita del polo populista, la disgregazione del centrodestra, ha messo in moto un processo che non poteva non investire il Pd. Lì dentro c'è chi guarda ai grillini, e chi, invece, alle forze moderate. E tutti corrono per prepararsi ad un possibile «big bang» della politica italiana: nessuno, infatti, sa quanto durerà il governo giallo-verde con 6 voti di maggioranza in Senato; nessuno sa se, in caso di crisi, ci sarà un nuovo governo, o si rivoterà. Per cui tutti si attrezzano. «Salvini e Di Maio è la previsione che Renzi ha fatto ai suoi partiranno forti nei primi sei mesi. Punteranno su vitalizi, edilizia carceraria, legittima difesa. Ma il loro tallone di Achille è l'Economia, quando arriverà la legge di stabilità. Salvini punta sul populismo, ma questo schema in un anno gli si rivolterà contro. Gli capiterà quello che è successo a me, se non peggio, perché il popolo vuole dei risultati, ma loro non sono in grado di portarli».
Insomma, tutto è in movimento, solo il Pd è fermo, inerme di fronte al cambiamento, concentrato solo su stesso, avulso dalla realtà. «L'assemblea di sabato è il commento laconico consegnato ai suoi da Renzi quel giorno - è stata uno spartiacque. Anche chi aveva sempre difeso con le unghie l'idea di restare nel Pd». Una premonizione.
Fonte: Ilgiornale.it

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