martedì 6 dicembre 2016

ULTIMA ORA SHOCK: RENZI, RESTO FINO AL SI ALLA MONOVRA! POI SI ANDRÀ AL VOTO!

ROMA. FOLLE idea, rilancio immediato, contropiede costruito sul 40 per cento del Sì per giocarsi l'ennesima partita della vita. Il disegno prende corpo in un vertice del Pd a Palazzo Chigi. Intorno al tavolo Matteo Renzi, Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Maurizio Martina e Matteo Orfini. L'asse sinistra-renziani doc.
Sono i sostenitori delle elezioni anticipate, della ripartenza volante sulla base dei 13 milioni di italiani fedeli alla riforma. Il premier pensa che si possa andare al voto politico "a gennaio-febbraio". Praticamente dopodomani. Ma come? Con l'Italicum alla Camera, dopo le correzioni della Corte costituzionale, e il proporzionale con sbarramento al Senato. "Non lascio la bandiera delle elezioni anticipate a Grillo e agli altri.
Se lo facciamo il Pd è morto, fa la fine che ha fatto dopo aver appoggiato il governo Monti", è il grido di battaglia di Renzi.
Piano azzardato, ma che il braccio destro Lotti certifica con un tweet all'arrembaggio: "Abbiamo preso il 40 per cento nel 2012 e nel 2014. Ripartiamo dal 40 per cento preso domenica ". Il piano è definito. Sarebbe Renzi a portare il Paese al voto da presidente del Consiglio dimissionario. Ma il Quirinale non accetterà mai un vuoto di potere lungo due mesi. Allora, Renzi potrebbe addirittura non dimettersi più, rimanere in carica poche settimane per arrivare al traguardo dell'urna. Nessuna successione. No a governicchi, governi tecnici, men che meno un nuovo premier dem. Sono incompatibili con l'obiettivo inquadrato nel mirino: le urne. E i giochi nel Pd? Al suo partito, il segretario proporrà di trasformare il congresso in primarie per la premiership di centrosinistra, come quelle che incoronarono Romano Prodi nel 2005. Lui sarebbe in pista, ovviamente.
Una corsa a perdifiato piena di ostacoli e che ha già trovato un muro nel presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ieri Renzi e il capo dello Stato si sono visti due volte. La prima di mattina per un colloquio informale dopo la pesante sconfitta referendaria della notte. La seconda nel pomeriggio. Doveva essere l'appuntamento delle dimissioni. Dimissioni rinviate. Mattarella infatti ha chiesto al premier di concludere l'iter della legge di bilancio. "Intendo rispettare le indicazioni del capo dello Stato - spiegherà poi Renzi ai suoi collaboratori -. Se non lo facessi sarei un bambino viziato. Appena approvata la manovra, però, me ne vado. Non so se accadrà venerdì o martedì prossimo. Dipende anche dall'atteggiamento dell'opposizione". Primo round al Quirinale, prima frenata. Dal Colle filtra anche la speranza che la pausa di riflessione serva al segretario a ponderare le mosse.
Renzi infatti espone al presidente della Repubblica il suo progetto. Gli fa capire che "se tutti dicono andiamo a votare il Pd non può essere l'unico partito a opporsi. Significa suicidarsi politicamente". Mattarella è perplesso. Non ha apprezzato il messaggio televisivo nella notte di domenica: "Chi la chiude la legge di stabilità?". Non è contento dell'accelerazione, chiede il contributo sostanziale del "partito che ha 400 parlamentari" a trovare la via d'uscita nell'interesse del Paese. Non è una lite, ma una strapazzata sì.
Il Quirinale, beninteso, giudica "legittima" l'ipotesi di andare subito al voto. "Se il Pd chiede le elezioni, non saremo certo noi a organizzare ribaltoni, non metteremo all'angolo Renzi ". Mattarella tuttavia non condivide l'ipotesi di febbraio. Non vede i tempi tecnici. Va aspettata la Consulta sull'Italicum, è possibile che dopo sia necessario correggere la legge ovvero che la sentenza dei giudici non sarà autoapplicativa. E l'idea di sciogliere le Camere è l'ultimo dei suoi pensieri. Insomma, prima della partita con cui Renzi vuole rimettersi in gioco si svolgerà un confronto vero tra il leader del Pd e il Colle.
Tocca al Pd la parola finale. Ai suoi equilibri, alla resa dei conti. Se arrivera una "sfiducia" al segretario difficile da immaginare oggi, la pallina di un incarico per Palazzo Chigi cadrà probabilmente nel campo di Dario Franceschini. Ormai i ponti tra il premier e il ministro della Cultura sono rotti, anche se ieri ci sono state prove di dialogo. I franceschiniani hanno portato un'offerta ai renziani. "Lasciamo che nasca un governo Franceschini. Dario tiene uniti i gruppi parlamentari e il partito. Non ha intenzione di candidarsi a premier nel 2018. Renzi fa il congresso, lo vince e si ripresenta alle elezioni ". Questo il messaggio. In cambio, per Franceschini si dovrebbero aprire le porte della presidenza del Senato o della Camera, sempre che i dem abbiano i numeri sufficienti a rivendicarle. La maggioranza sarebbe sempre la stessa e il titolare della Cultura ha i contatti giusti per parlare con Forza Italia della nuova legge elettorale. Può mettere in sicurezza il sistema.
Non è la strada di Renzi, che si gioca ancora una volta l'osso del collo. "Le elezioni subito? Dipendono dal Pd. Chiederà le elezioni o chiederà altro?", dice il premier sibillino. Una sfida in piena regola, organizzata sull'onda di una sconfitta. La direzione è stata rinviata da oggi a domani proprio in vista di uno scontro a viso aperto. L'esito del referendum appare incontestabile: è stata soprattutto una sconfitta di Renzi. In queste condizioni può essere lui a dare le carte con la mossa più complicata della politica italiana, cioè chiedere lo scioglimento del Parlamento? Ecco perché il percorso ha bisogno di altre 24 ore di tempo. È cominciato ieri con l'adesione di Orfini e Martina. Ma il Pd è sotto shock. Parlamentari e ministri s'interrogano sul futuro, non è detto che siano disposti a seguire Renzi fino alla fine.

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