lunedì 7 novembre 2016

ULTIM'ORA: IL PM DELLA TRATTATIVA STATO MAFIA NINO DI MATTEO RESTA A PALERMO! GUARDATE E DIFFONDETE QUESTO GRANDE UOMO!

Nino Di Matteo resta a Palermo. Il pubblico ministero del processo “Trattativa” non ha accettato la proposta del consiglio superiore della magistratura di essere trasferito in via d’urgenza, per motivi di sicurezza, a Roma, alla direzione nazionale antimafia. Venti giorni fa, un’intercettazione aveva rivelato che sono ancora alte le attenzioni dei boss nei confronti del magistrato palermitano. “Accettare un trasferimento d'ufficio connesso esclusivamente a ragioni di sicurezza avrebbe significato un segnale di resa personale e istituzionale che non intendo dare", ha detto il pm nella sua audizione alla terza commissione dell'organo di autogoverno della magistratura. "La mia aspirazione professionale di continuare a lavorare sulla criminalità organizzata trasferendomi alla Dna si realizzerà eventualmente solo se e quando sarò nominato in esito a una ordinaria procedura concorsuale", ha aggiunto il magistrato.
"Quella di Di Matteo è una situazione che ci dà molta preoccupazione", dice Elisabetta Alberti Casellati, la presidente della Terza commissione che ha ascoltato il pm: "E' per questo che lo abbiamo ascoltato due volte in venti giorni, perchè riflettesse su questa pericolosità alta. Anche oggi lo abbiamo incalzato, manifestando la nostra forte e unanime preoccupazione. Ma la sua risposta è di indisponibilità al trasferimento per ragioni di sicurezza perchè sembrerebbe un segnale di resa che non vuole dare".
Tre anni fa, era stato intercettato il capo di Cosa nostra Salvatore Riina mentre lanciava un ordine di morte nei confronti di Nino Di Matteo. “E allora organizziamola questa cosa – diceva al compagno di cella, il boss pugliese Alberto Lorusso - Facciamola grossa e dico non ne parliamo più. Di Matteo gli hanno rafforzato la scorta non se ne va più», così proseguiva Riina mentre sollecitava «un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo... io ve l’ho detto, deve succedere un manicomio deve succedere per forza».
Già allora erano scattate misure di sicurezza eccezionali attorno al magistrato palermitano. Si era anche riunito il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza presieduto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. La scorta di Di Matteo era stata affidata ai carabinieri del “Gis”, il gruppo di intervento speciale. Poi, qualche mese dopo, il boss Vito Galatolo aveva deciso di collaborare con la procura di Palermo chiedendo di parlare proprio con Di Matteo: durante il primo incontro in carcere gli aveva svelato un altro ordine di morte lanciato nei suoi confronti, dal superlatitante Matteo Messina Denaro. "L’esplosivo è già arrivato a Palermo dalla Calabria - ha ribadito Galatolo – è in mano al mio vice, Vincenzo Graziano". Ma quell’esplosivo non è mai stato trovato. Di recente, un altro pentito, Francesco Chiarello, ha aggiunto: "Il figlio di Graziano esultava in carcere, suo padre era stato scarcerato e aveva potuto spostare l’esplosivo". Il giallo prosegue. Di recente, un mafioso è stato intercettato mentre diceva che quel progetto è ancora attuale.

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