martedì 18 settembre 2018

"I pensionati italiani non hanno diritto ad un aumento della pensione" Dichiarazione vergognosa del giornalista del Corriere della Sera



Secondo il grande giornalista del Corriere della Sera Pierluigi Battista, i pensionati italiani non hanno diritto ad avere una pensione minima che sia superiore alla soglia di povertà, ossia quella che il MoVimento 5 Stelle ha chiamato PENSIONE DI CITTADINANZA.
Per me invece è il riconoscimento della dignità della persona. Secondo l'illustre giornalista se i tuoi nonni dopo la guerra e con l'Italia in macerie non hanno versato abbastanza contributi allora devono morire di fame anche oggi. La solidarietà verso i nostri concittadini più sfortunati per me è il primo dovere. Battista e tutto il sistema mediatico invece pensano solo a tutelare i loro interessi: ossia le pensioni d'oro senza aver versato i contributi. Quello sì che è vergognoso.

Vogliono impedirci di dare più soldi a chi fa la fame e costringerci a continuare a dare migliaia e migliaia di euro ogni mese ai loro amici privilegiati nonostante non abbiano assolutamente versato quei soldi, perché si sentono di una classe superiore. Non mi mettono paura: in legge di Bilancio aumenteremo le pensioni minime e poi elimineremo le pensioni d'oro. E questo è un bene per tutta la nostra comunità.

Per favore resistete al lavaggio di cervello dei giornali. Come diceva Malcolm X: "Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono."

ECCO L'ARTICOLO VERGOGNOSO DEL GIORNALISTA: www.corriere.it

Le leggi del mare danno ragione a l'Italia! Guarda e diffondi



Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non ha tutti i torti a dire che le Ong non possono più portare migranti in Italia.
E il perché è racchiuso nelle varie convenzioni che regolano il salvataggio in mare. La Solas (Safety of life at sea), firmata nel 1914 in seguito al naufragio del Titanic, indica infatti che le navi che si trovino a soccorrere qualcuno in mare di fronte alle coste libiche dovranno rivolgersi al centro di Tripoli. C'è poi la convenzione di Amburgo, che impone alle autorità marittime di qualsiasi Paese di intervenire «nella gestione di un soccorso» di cui venga a conoscenza. Quello che, in sostanza, dicono anche le linee guida del 2004 dell'Imo (International maritime organization). La spiegazione è più semplice di quanto si pensi.
Quando un'autorità riceve una segnalazione di emergenza, qualora essa sia nella propria area Sar, la Guardia costiera di quel Paese assume il coordinamento del soccorso e inizia a impiegare mezzi propri, mercantili in transito e tutto ciò che naviga e che può essere utilizzato per salvare la vita alle persone. Qualora, come spesso è accaduto per l'Italia, l'imbarcazione in difficoltà contatti direttamente l'autorità di un altro Paese, magari tramite satellitare, secondo le varie convenzioni, il centro di coordinamento del soccorso di quello Stato dovrà informare la nazione nella cui area Sar l'emergenza è in atto. Per chiarire: se un barcone sta affondando nella zona di competenza libica e le persone che vi sono sopra chiamano la Guardia costiera italiana, la stessa dovrà assumere il coordinamento dei soccorsi, avvertendo prima l'Rcc (Rescue coordination centre) libico, quindi emettere un «circolare», ossia un messaggio satellitare con cui avverte le imbarcazioni nei paraggi che un natante è in difficoltà. A quel punto è la Guardia costiera libica ad assumere il coordinamento dei soccorsi.
Fino a dicembre 2017 la zona Sar libica, poi autonomamente istituita dal governo di Tripoli (e recentemente riconosciuta dall'Imo) non esisteva, come l'Rcc che da poco ha iniziato a funzionare a pieno regime. Per cui l'Italia si è sentita responsabile dei soccorsi, anche perché le convenzioni, in caso di mancata risposta dell'autorità competente, obbligano comunque al soccorso in mare. Oggi la storia è cambiata: oggi la Libia è in grado di gestire i soccorsi autonomamente e di coordinare le Ong. In caso di chiamata da una nave di queste ultime, quindi, l'Italia non deve far altro che indirizzarle a Tripoli da dove daranno l'ordine - presumibilmente - di riportare indietro i migranti.
Che poi i volontari del soccorso non riconoscano l'autorità libica e non condividano il fatto di dover far tornare le persone nella terra da cui erano partite, è tutta un'altra storia. Ma quella è solo una questione politica, perché la legge, come le convenzioni, parlano chiaro e vanno rispettate.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/perch-leggi-mare-ci-danno-ragione-1544266.html

Virginia Raggi si mangia Floris: "Dov'eravate voi giornalisti quando Mafia Capitale..." - GUARDA E DIFFONDI



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GENOVA, L’ULTIMA INFAMATA? PROVANO AD ACCUSARE L’UNICO AUTISTA CHE SI E’ SALVATO: senza la minima vergogna, c’è chi ipotizza che il ponte sia crollato a causa sua



Andrea Pasqualetto per il Corriere della Sera

In quei giorni la vita del ponte era appesa a un filo: la struttura malata, gli stralli deformati, l’ acciaio al limite della tenuta. Qualsiasi sollecitazione avrebbe potuto causare il crollo. Difficilissimo individuare quella decisiva. Ma a forza di osservare i video del disastro, gli investigatori hanno pensato a un’ ipotesi: che a spezzare il filo del Morandi potrebbe essere stato un autoarticolato. In particolare, il Fiat Stralis della Mcm autotrasporti di Novi Ligure, precipitato con gli altri nel baratro.

Quella mattina stava portando un rotolo d’ acciaio: 440 quintali, non molto inferiore al limite di legge che è di 462.

Un tir in regola, dunque, ma il più pesante che stava attraversando il viadotto alle 11.36 del 14 agosto. Alla guida c’ era Giancarlo Lorenzetto, 55 anni, uscito miracolosamente illeso dal crollo. Lui è naturalmente una vittima della catastrofe. L’ abbiamo sentito.

Come sta innanzitutto?

«Mi sono uscite delle coliche renali, sarà lo stress perché la testa lavora tutti i giorni su questa cosa, fra avvocati e tutto il resto. Sono comunque vivo e questo è un miracolo».

Ci racconta cos’ ha visto?

«Ci provo… Avevo caricato all’ Ilva di Genova e stavo andando all’ Ilva di Novi Ligure, verso Sampierdarena quindi.

Superato il pilone nove, ho saputo dopo che era il nove, davanti a me si è aperta la strada e mi sono sentito risucchiare all’ indietro. Ho chiuso gli occhi pensando che fosse finita.Mi sono ritrovato giù, appeso alla cintura di sicurezza e per fortuna che l’ avevo allacciata».

Pochi metri e sarebbe passato anche il suo tir…

«Bastavano due secondi, dico io, perché è successo proprio 5-6 metri davanti a me».

Cos’ ha visto quando ha riaperto gli occhi?

«A destra c’ erano palazzi, a sinistra l’ asfalto in discesa.Non capivo dove cavolo ero.

Mi sono slacciato la cintura e mi sono messo in piedi sulla portiera di sinistra. Lì ho capito che era un disastro e che mi conveniva aspettare i soccorsi. Dopo mezz’ ora sono arrivati i Vigili del fuoco che giustamente hanno dato la precedenza a chi urlava, urla che non potrò mai dimenticare».

Gli investigatori non escludono che possa essere stato il suo mezzo a dare il colpo di grazia.

«Che sia stato proprio il mio io non lo posso sapere, saranno i tecnici a dirlo. Io avevo comunque una portata regolare e per questo mi hanno fatto entrare in autostrada.

Dovevano assicurarsi loro che il ponte fosse a posto… paghiamo più di 100 mila euro l’ anno di pedaggi. Ma poi l’ Ilva non ti lascia mai uscire dagli stabilimenti se il carico non è nei limiti».

Nessuno la colpevolizza…

«Tra l’ altro, il pilone si è frantumato dietro di me e quindi mi sembra strano che possa essere stato il mio camion. Capito com’ è andata? Io sono caduto all’ indietro, sono sceso con la strada…».

Passava spesso sul ponte Morandi?

«Almeno due volte al giorno. Ha sempre ballato un po’ quel ponte ma io ho sempre pensato che fosse una cosa naturale. Qualcuno però mi ha detto che il giovedì precedente al crollo oscillava più del solito».

Cos’ ha fatto quando è sceso dal camion, lei che era illeso?

«Solo qualche escoriazione e un dolore al collo. Ma c’ erano morti e feriti e le ambulanze non avevano tempo per me, chiaramente. Me ne sono andato a piedi fino a Bolzaneto e ho aspettato che i miei mi venissero a prendere».

2. LA PERIZIA CHOC

Tommaso Fregatti e Marco Grasso pe www.ilsecoloxix.it

Meno cavi di quelli previsti dal progetto originario. Un’assenza talmente diffusa di guaine protettive di quegli stessi cavi, in determinati punti, tale da far presumere un deterioramento completo, un utilizzo di materiali di montaggio quantomeno carente o addirittura una fase realizzativa dell’opera in cui si è passati sopra a componenti che, sulla carta, erano ritenuti fondamentali.

Allarmi inascoltati

C’è un nuovo report depositato dai consulenti della Procura, gli ingegneri Piergiorgio Malerba e Renato Buratti, che mette letteralmente i brividi, e introduce un nuovo inquietante tema nell’inchiesta sul crollo di ponte Morandi: per gli esperti potrebbero esserci difetti originari nell’infrastruttura e una differenza fra ciò che era stato progettato e come questo è stato effettivamente realizzato.

Queste discrepanze riguarderebbero proprio gli stralli, i tiranti diagonali, anima in acciaio e rivestimento in cemento, il cui cedimento sarebbe stata la causa della strage che lo scorso 14 agosto ha provocato 43 vittime.

Questa ipotesi era stata inizialmente avanzata anche da fonti di Autostrade per l’Italia. E, se da un lato potrebbe apparire come una circostanza che potrebbe alleggerire la posizione della società, dall’altro, potrebbe addirittura aggravarla. Per dirla con le parole pronunciate pubblicamente dal procuratore capo Francesco Cozzi, «quel ponte è rimasto in piedi per 51 anni». In altri termini, se Autostrade sapeva dell’esistenza di “tare” originarie del viadotto, è la tesi di chi indaga, avrebbe dovuto a maggior ragione prestare ancora più attenzione nel monitoraggio e nella manutenzione.

“Blitz” nell’hangar

La svolta si è materializzata nella scorse ore, dopo un’ispezione compiuta sulle prime macerie raccolte e repertate in un hangar di via Perlasca, a poca distanza dal luogo del crollo. Al blitz hanno partecipato i due periti della Procura, i pm Walter Cotugno, Paolo D’Ovidio e Massimo Terrile, e i militari del primo gruppo della Guardia di Finanza, coordinati dal colonnello Ivan Bixio e dal capo del nucleo operativo Giampaolo Lo Turco. Dai primi accertamenti emergono «difetti strutturali evidenti», che potrebbero essere imputati a varie ipotesi. Una quantità di metallo insufficiente e carenze nella protezione degli stralli.

CAOS IN STUDIO: La signora dal pubblico sputtana il senatore: Noi siamo d'accordo al taglio dei vitalizi!



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ECCO IL MOSTRUOSO TESORO SEQUESTRATO AL “CLAN FINI”: VILLE, IMMOBILI, CONTI E DENARO CONTANTE. TUTTO GRAZIE ALL’AMICO CHE GRAZIE A LUI EBBE LA CONCESSIONE PER LE ODIOSE SLOT MACHINES! DIFFONDIAMO TUTTI QUESTO SCHIFO!



La lista completa dei conti correnti e degli immobili, tra Roma, Sabaudia e l’Abruzzo,  sequestrati dalla Guardia di Finanza ai familiari dell’ex leader di An. Che dopo l’avviso di garanzia commenta: «Ho fiducia nella magistratura»


L’immobile di Alleanza nazionale fu comprato da Giancarlo Tulliani con i soldi del re delle slot Corallo. E ora l’arresto dell’imprenditore catanese e dell’ex parlamentare Laboccetta svela i conti esteri del suocero dell’ex presidente della Camera
E’ un vero tesoro l’elenco degli immobili e dei conti correnti sequestrati all’alba di oggi dallo Scico della Guardia di Finanza a Elisabetta, Giancarlo e Sergio Tulliani. La consorte di Gianfranco Fini, ex presidente della Camera, è indagata con il fratello e il padre per riciclaggio e autoriciclaggio: secondo la Procura di Roma, i tre familiari hanno ricevuto profitti illeciti per sette milioni di euro da Francesco Corallo , l’imprenditore catanese diventato miliardario con la concessione statale per le macchinette mangiasoldi (slot e vlt). Corallo è stato arrestato il 13 dicembre nel paradiso fiscale di Sint Marteen con l’accusa di aver sottratto all’Italia oltre 250 milioni di euro.

L’inchiesta ora coinvolge anche Fini, indagato per concorso in riciclaggio. L’ex leader di An ha commentato così la notizia anticipata oggi dall’Espresso : «L’avviso di garanzia è un atto dovuto. Ho piena fiducia nell’operato della magistratura, ieri come oggi». Il riferimento è all’archiviazione dell’inchiesta del 2010 sul caso dell’appartamento di An a Montecarlo. Anche questa indagine ora è stata riaperta dopo la scoperta che Giancarlo Tulliani aveva acquistato quella casa, nel 2008, con soldi versatigli segretamente dalle società offshore di Corallo, per poi dividere il ricavato con la sorella Elisabetta, che ha incassato personalmente almeno 739 mila euro.

Ecco la lista completa dei conti e degli immobili sequestrati alla consorte di Fini, al fratello Giancarlo e al padre Sergio, impiegato in pensione dell’Enel.
Elisabetta Tulliani

800 mila euro su un conto bancario italiano.
Appartamento a Roma in via Sardegna.
Altro fabbricato nella capitale in via Orso Mario Corbino.
Altri due immobili da 167 e da 52 metri quadri a Rocca di Mezzo, in Abruzzo.


Giancarlo Tulliani

Due appartamenti di 247 e di 62 metri quadri in via Conforti a Roma.
Altro appartamento in un diverso palazzo di via Conforti.
Già sequestrati 520 mila euro sul suo conto italiano: soldi che Giancarlo Tulliani aveva tentato di trasferire a Dubai dopo l’arresto di Francesco Corallo.


Sergio Tuliani

175 mila euro su un conto italiano;
La sua quota (metà) della proprietà di un immobile a Capranica Prenestina (Roma):
Il 50 per cento di altri due appartamenti a Roma, in via Raffaele Conforti, con cantina e garage.
Metà di un altro immobile a Roma in via Roberto Ago con cantina e garage;
Il 50 per cento di un ulteriore appartamento a Roma in via Quattro Venti.
Casa al mare in via Caterattino a Sabaudia.

Sequestrati 5 milioni a Formigoni. Condannato a 6 anni per corruzione! Guardate e diffondete!



(ANSA) - La Procura regionale della Corte dei Conti della Lombardia ha eseguito un sequestro conservativo per un valore di 5 milioni di euro a carico di Roberto Formigoni, ex Governatore lombardo ed ex senatore, per la vicenda Maugeri, per il quale è già stato condannato in primo grado 6 anni per corruzione. I pm contabili hanno eseguito anche sequestri conservativi a carico di altri, tra cui l'ex faccendiere Pierangelo Daccò e l'ex assessore Antonio Simone, già condannati in sede penale. L'ammontare dei sequestri supera i 30 milioni.