venerdì 23 febbraio 2018

VIDEO DA DIFFONDERE: CROZZA CI SPIEGA LA SCHEDA ELETTORALE, QUESTA NON È POLITICA! MASSIMA CONDIVISIONE!

La scheda elettorale spiegata da Maurizio Crozza “Questa non è politica... è odio nei nostri confronti”

giovedì 22 febbraio 2018

ULTIMA ORA: LA SQUADRA DEI MINISTRI È QUASI PRONTA. ECCO LE NOVITÀ, GUARDATE E DIFFONDETE.

La squadra dei ministri M5s è quasi pronta, con alcune novità: l’introduzione del dicastero alla Famiglia e quello alla Meritocrazia. Inoltre i ruoli chiave del “governo ombra” saranno occupati da donne. Dallo staff di Luigi Di Maio fanno sapere che la lista che sarà presentata nei prossimi giorni e probabilmente annunciata alla stampa a scaglioni, va verso la conclusione mentre si aspettano le ultime conferme (un posto ancora è in bilico). E, spiegano, “è stata formata come se il presidente Sergio Mattarella fosse presente”. Il giudizio del Capo dello Stato viene ritenuto fondamentale per permettere di avere il via libera all’incarico il giorno dopo il voto, anche se i 5 stelle non otterranno il 40 per cento. “Manca solo un tassello, dobbiamo scegliere tra due o tre nomi”, fanno sapere dal Movimento sottolineando come la squadra di governo sia composta da “personalità riconosciute che condividono i nostri ideali”. Quando mancano meno di due settimane al voto, i 5 stelle si concentrano sull’ultima fase della campagna elettorale. La presentazione della squadra rimane uno dei punti chiave: se riusciranno, è il ragionamento dentro il M5s, a mostrare volti credibili e di qualità, potranno convincere anche gli ultimi indecisi e dare un segnale forte al Quirinale.
Intanto oggi Di Maio, nel corso di una diretta Facebook, ha lanciato la seconda proposta su cui gli altri partiti dovrebbero convergere per un governo a 5 stelle: “Più volte ho parlato delle convergenze sui temi per dare un governo all’Italia e oggi voglio proporre la seconda. Qualche giorno fa ho proposto la prima (è molto semplice e sicuramente, se ci sarà bisogno, la porteremo sul tavolo delle trattative) che è quella del dimezzamento degli stipendi dei parlamentari. Ad oggi possiamo dire che tutti i partiti vogliono tenersi il loro stipendio da nababbi alla faccia degli italiani che non arrivano a fine mese e noi saremo gli unici a fare quello che abbiamo già fatto”. Oggi la seconda: il vincolo di mandato. “E’ una misura presente nel nostro programma che è stata votata dagli iscritti ed è l’unico vero antidoto alla piaga dei voltagabbana che ammorba il Parlamento da anni”. Per il M5s un “parlamentare è un portavoce delle istanze degli italiani. Se il programma per cui è stato votato non gli sta più bene, allora prende e se ne va a casa senza stipendio, senza buonuscita e si ripresenterà alle elezioni alla prossima tornata e vediamo se trova ancora qualcuno che lo vota”. Tuttavia, “a parole tanti politici copiano la nostra proposta, a partire dal traditore della Patria Berlusconi che prima dice di volere il vincolo di mandato e poi invece dice di voler imbarcare i fuoriusciti degli altri, inclusi i nostri”. Ma sulla questione Di Maio ripete: “Non sarà così, perché quasi tutti hanno già firmato il modulo con cui si impegnano a non accettare la candidatura, quindi non potrà fare i suoi giochetti”.

PER NON DIMENTICARE! LUCA MINACCIA TRAVAGLIO PERCHE' HA DETTO TUTTA LA VERITA' GUARDATE COSA E' SUCCESSO VOLANO ANCHE PAROLACCIE IN DIRETTA QUESTO E' IL PD! DIFFONDIAMO OVUNQUE!



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CONDIVIDIAMO IN MASSA QUESTA NOTIZIA PUO' FAR CROLLARE RENZI E TUTTO IL PD!

Maurizio Belpietro per la Verità

Ci sono molte buone ragioni che avrebbero dovuto consigliare a Matteo Renzi di stare alla larga dal tema delle banche, evitando di far presentare al Pd mozioni per far fuori Ignazio Visco. La prima di queste risale al periodo immediatamente successivo al suo arrivo a Palazzo Chigi, quando appena divenuto presidente del Consiglio incontrò il governatore della Banca d' Italia. Era la prima volta che il capo del governo si trovava faccia a faccia con il numero uno di via Nazionale. Tema dell' incontro, che dunque risale al 2014, cioè a quando ancora nessuno conosceva la voragine che stava per inghiottire Banca Etruria e migliaia di risparmiatori, la situazione economica complessiva dell' Italia.Tuttavia, nonostante all' ordine del giorno ci fossero le politiche di bilancio, il Pil e la disoccupazione, a un certo punto il premier trovò il tempo per porre domande sulla Popolare di Arezzo. Renzi cercava informazioni sull' istituto di cui era vicepresidente il papà del suo ministro Maria Elena Boschi. Per quale motivo e sulla base di quali interessi il capo del governo volesse conoscere le condizioni dell' istituto di credito toscano non è noto.

E dire che in quel momento altre banche avrebbero dovuto attirare il suo interesse, dato che a Siena il Monte dei Paschi stava cercando con difficoltà di reperire sul mercato 5 miliardi per rafforzare il patrimonio. Eppure no, Renzi non sembrava granché interessato alle sorti del quarto gruppo bancario italiano, ma piuttosto a quelle della Popolare, cioè di un istituto medio piccolo. Nessuno a oggi gli ha chiesto spiegazioni di quel curioso e anticipato interesse, ma certo se la commissione d' inchiesta sulle banche fosse una cosa seria e non una presa in giro dei risparmiatori lo farebbe.Dell' elenco di domande che i commissari potrebbero rivolgere all' ex premier dovrebbe di rigore far parte anche quella che riguarda l' inserimento di Etruria tra le dieci Popolari da trasformare in società per azioni. Come è noto, all' improvviso, mentre nell' istituto di Arezzo era in corso l' ispezione della vigilanza che accertò la dissipazione di gran parte del patrimonio, il governo mise a punto un decreto per cancellare il sistema di governance su cui per decenni si erano rette le Popolari.

Il provvedimento avrebbe dovuto riguardare le banche più importanti, ma alla fine venne inserita anche Etruria. Nessuno si aspettava questa mossa e infatti in molti furono sorpresi e si chiesero le ragioni della scelta. Lo stupore non riguardò quegli speculatori che sull' ascesa del titolo della banche guadagnarono milioni. Già, perché mentre la Banca d' Italia passava al setaccio i conti dell' istituto toscano e il governo lo obbligava a trasformarsi in società per azioni, una manina comprava facendo salire le quotazioni del titolo, che in pochi giorni guadagnò oltre il 60 per cento. Perché Renzi volle mettere anche Etruria fra le banche da trasformare in Spa? Chi sapeva del progetto?Come poi andò a finire l' idea di fare della Popolare aretina una società per azioni si sa. Di lì a 15 giorni la banca venne commissariata e i suoi vertici rimossi e tra questi naturalmente anche il papà dell' allora ministro delle riforme. Com' è possibile che a Palazzo Chigi la mano sinistra che scriveva il decreto sulle Popolari non sapesse che cosa faceva la mano destra che commissariava Etruria?

C' è un' altra buona ragione che dovrebbe suggerire a Renzi di non aprire bocca sui pasticci bancari degli ultimi anni e in questo caso c' è di mezzo il decreto con cui nel settembre del 2015 fu recepita la norma europea del bail in. L' Italia fu tra le prime a tradurre in legge la direttiva di Bruxelles, e a seguire l' iter della conversione fu il ministro con delega ai rapporti con il Parlamento, ossia Maria Elena Boschi. Una scelta discutibile quella di lasciare tra le mani della figlia dell' ex vicepresidente di Etruria la patata bollente dei fallimenti bancari? Forse.

Ma la decisione più inopportuna fu la modifica alle disposizioni comunitarie, con l' introduzione di un comma che toglieva ai risparmiatori il diritto di procedere contro i vertici degli istituti falliti, attribuendolo alla Banca d' Italia. Nessuno seppe spiegare le ragioni di quella strana scelta. O meglio: nessuno le spiegò, ma tutti capirono.Naturalmente, tra le ragioni che dovrebbero imporre a Renzi di astenersi da commenti sui crac bancari, c' è anche la faccenda delle pressioni esercitate da Maria Elena Boschi sull' amministratore delegato di Unicredit. Denunciati da Ferruccio de Bortoli nel suo libro, gli interventi furono smentiti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio ma mai da Federico Ghizzoni, il numero uno della banca. Non solo: da quel che risulta la querela annunciata dalla zarina di Palazzo Chigi nei confronti dell' ex direttore del Corriere della Sera non è mai arrivata. Dunque, prima di aprire bocca su altro, forse Renzi farebbe bene a spiegare come andarono le cose, chiarendo una volta per tutte il ruolo del suo governo nel crac dell' istituto toscano.Non è però solo da Etruria e dai risparmiatori di quella banca che Renzi dovrebbe tenersi alla larga, ma anche da Mps. Già, perché se nei primi mesi del 2014 l' allora presidente del Consiglio andava chiedendo informazioni sulla Popolare di Arezzo disinteressandosi del Monte dei Paschi di Siena, poi le cose cambiarono. Tanto da spingerlo a dichiarare, nel gennaio del 2016, durante una puntata di Porta a porta, che la banca non solo era risanata, ma anche un buon affare.

Tempo sei mesi e il Monte si ritrovò alla canna del gas. Nonostante la situazione fosse allarmante, Renzi fece cacciare da Pier Carlo Padoan l' allora amministratore delegato Fabrizio Viola, preferendogli un manager che avesse lavorato con Jp Morgan, la banca che oltre a sponsorizzare il referendum costituzionale era consulente di Palazzo Chigi. Come le cose sono andate a finire è noto: per evitare il crac e porre rimedio ai ritardi di Renzi, il governo successivo ha dovuto mettere mano al portafogli entrando direttamente nel capitale di Mps.A dire il vero ci sarebbero anche altri motivi sufficienti a tappare la bocca al segretario del Pd sul tema delle banche, ma per non farla troppo lunga diciamo che questi bastano e avanzano. Se c' è qualcuno che, oltre ai responsabili materiali dei crac, deve spiegare e soprattutto pagare gli errori compiuti con le banche, questo è proprio Renzi. Ma l' ex presidente del Consiglio spera che, facendo fuori Visco, si dimentichino o perdonino le sue colpe. Difficile, se non impossibile.


Carla Ruocco senza freni:Ecco chi e' Berlusconi guardate e diffondete tutti questo viedo shock!



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INCHIESTA RIFIUTI, L'EX BOSS INCONTRA ANCHE IL MINISTRO Nelle 900 ore della videoinchiesta di Fanpage

Fonte: Ilfattoquotidiano.it
A Venezia, alla presentazione di un protocollo per Marghera, Perrella riesce persino a stringere la mano al ministro Galletti, presentato da una donna, moglie di un colonnello dei carabinieri, che fa da mediatrice su un affare milionario
Nelle 900 ore della videoinchiesta di Fanpage.it su appalti, rifiuti e tangenti ci sono i pochi secondi di un incontro breve tra l’ex boss di camorra Nunzio Perrella e il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Avviene il 26 gennaio 2018 a Venezia durante la presentazione del protocollo per la bonifica di Marghera, al quale Galletti partecipa in veste istituzionale. È bene specificare subito che il ministro è totalmente estraneo alle trame oscure raccontate da Fanpage.it grazie all’ex boss infiltrato con la telecamera nascosta. La breve stretta di mano è il frutto di un’idea della mediatrice dell’affare nel quale sarebbe dovuto entrare Perrella, il cui telefono è rovente da mesi, da quando si è sparsa la voce che è “rientrato nel giro”.
Fanpage.it ha messo in Rete brani di conversazione risalente al 24 gennaio 2018. La voce della moglie di un colonnello dell’esercito spiega a Perrella l’affare che sta facilitando per conto di altri imprenditori: la realizzazione a Marghera di un deposito di stoccaggio di gas provenienti dall’estero. “Vedi quest’area di stoccaggio qui? Ci potrebbe essere una bella realtà, il terminal, c’ho le navi che ci attraccano”. Venezia. Perrella chiede, la signora conferma. E aggiunge: “Dopodomani siamo col sindaco e col ministro, che viene sull’area”. È un modo della signora per ‘accreditarsi’ agli occhi di un presunto imprenditore del Sud che millanta di poter mettere sul piatto 33 milioni di euro, meno del 10% di un investimento complessivo di 450 milioni di euro, ma che esprime qualche perplessità sulla fattibilità dell’operazione – che necessita di autorizzazioni ambientali e amministrative complesse e di competenza del ministero e delle amministrazioni locali – e sulla “forza” di chi gliela sta proponendo.
Inchiesta rifiuti, "sono soldi della camorra"
Due giorni dopo, al Vega di Marghera, in un evento pubblico, Galletti è tra quelli presenti in pompa magna per la firma di due protocolli: la carta del Green Lido sullo sviluppo sostenibile del turismo, e la convenzione tra ministero, Comune e Confindustria per la cabina di regia delle bonifiche di Porto Marghera. Arrivano la mediatrice e Perrella.
È un evento che riguarda anche il futuro dei terreni dove dovrebbe andare in porto il business. L’infiltrato ha un brevissimo contatto col ministro (dirà ai reporter di Fanpage di avergli stretto la mano). Galletti poi avrebbe dialogato per qualche minuto con la signora in assenza di Perrella. Consultato da Il Fatto tramite la portavoce, Galletti fa sapere che quel giorno incontrò molte persone e in assenza della descrizione fisica della signora e dell’ex boss non può riferire un ricordo particolare. Ora i videoreporter sono al lavoro per montare le novità di Bloody Money. Finora ha tremato la politica campana – si sono dimessi Roberto De Luca, figlio del Governatore Pd Vincenzo De Luca (da assessore a Salerno) e i vertici di Sma ambiente – ora si sale al Nord.
C’è la spiegazione del nome dell’inchiesta. Perrella dice che sta portando nell’affare di Venezia capitali camorristici, “soldi sporchi di sangue” (e accenna a un sequestro del 2005). La sua interlocutrice non batte ciglio: “Non è un problema”. Anche stavolta sarebbe stata organizzata la consegna di una valigetta (vuota) che doveva contenere una mazzetta. Ne sapremo di più alla prossima puntata.

IMMENSA! Gabanelli: "Reddito di cittadinanza del M5S unico aiuto plausibile"



Il numero dei Paesi poveri, secondo le Nazioni Unite, è raddoppiato negli ultimi 40 anni, e la distribuzione della ricchezza è sempre più iniqua. Secondo Eurostat l’Italia è il paese europeo con il più alto numero di poveri, e quello con il maggior numero di persone a rischio di povertà. L’Istat li ha quantificati in 4 milioni e 742.000, ovvero un milione e 600mila famiglie non hanno mezzi di sostentamento.
MOVIMENTO 5 STELLE
La proposta del M5S si chiama «reddito di cittadinanza», formulata in maniera dettagliata con un disegno di legge (il 1148 nel 2013). Prevede che per tutti i cittadini italiani, europei e gli stranieri provenienti da Paesi che hanno sottoscritto accordi di reciprocità sulla previdenza sociale, un reddito sulla base dell’indicatore di povertà dell’Unione europea.
Il M5S propone che lo Stato contribuisca a versare alla persona, o alla famiglia, la cifra che manca per raggiungere la cifra minima considerata necessaria per sopravvivere. Non c’è un limite di tempo, ma ci sono regole per non perderlo: iscriversi ai centri per l’impiego, seguire percorsi formativi per il reinserimento nel mondo del lavoro, non rifiutare più di tre proposte di lavoro e non recedere da un contratto senza giusta causa due volte in un anno.
Quanto costa allo Stato il Reddito di Cittadinanza? Secondo i calcoli dell’Istat la proposta del Movimento 5 Stelle peserebbe 14,9 miliardi di euro per un totale di 8 milioni e mezzo di persone, a cui il partito di Grillo aggiungerebbe altri 2,1 miliardi per rafforzare le politiche attive del lavoro per un totale di 17 miliardi di euro. Anche in questo caso, però, le cifre rischiano di essere «ballerine». Secondo l’Inps il costo sarebbe maggiore.
L’ipotesi di copertura considera tagli alla spesa e nuove entrate per un totale di quasi 20 miliardi di euro. Tagli che sono tutti da verificare ed entrare che rischiano, in alcuni casi, di ribaltarsi nuovamente sui cittadini sotto forma di aumenti.

GUARDA IL VIDEO ILLUSTRATIVO DELLA GABANELLI :dataroom-milena-gabanelli/reddito-cittadinanza