venerdì 14 dicembre 2018

TANGENTI SULLA TAV, ARRESTATI FIGLI DI POLITICI E DI ALTI PAPAVERI. ECCO CHI SONO I PARASSITI DI QUESTO STATO INFAME E PARASSITA



Spiccano due nomi illustri nell’inchiesta della Procura di Roma su appalti e corruzione delle grandi opere. Uno è l’imprenditore Giandomenico Monorchio (figlio dell’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio) arrestato stamattina dai carabinieri del Comando Provinciale di Roma. L’altro, che risulta indagato a piede libero, è invece Giuseppe Lunardi, anch’egli imprenditore, nonché figlio dell’ex potente ministro Pdl ai Trasporti e alle Infrastrutture del governo Berlusconi, Pietro Lunardi. Sono in totale ventuno gli arrestati tra Lazio, Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana, Abruzzo, Umbria e Calabria nell’indagine condotta dai carabinieri di Roma e denominata «Amalgama» (per simboleggiare i legami stretti). Ipotizza la corruzione per ottenere contratti di subappalto nell’ambito dei lavori per la realizzazione della tratta Tav «Av./A.C Milano-Genova-Terzo Valico Ferroviario dei Giovi» (Alta Velocità Milano-Genova), del 6° Macrolotto dell’Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria e della People Mover di Pisa. Agli indagati i procuratori aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino contestano, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e tentata estorsione. Uno scambio di favori tra dirigenti e imprenditori. Falsi certificati sui lavori in cambio di subappalti. Ruolo «chiave» era quello del direttore lavori, l’ingegner Giampiero De Michelis, considerato il «promotore e organizzatore» della banda insieme all’imprenditore calabrese Domenico Gallo. Era proprio lui che, incaricato della direzione dei lavori dal «contraente generale», svolgeva compiacenti controlli di qualità e rilasciava certificati dove si affermava il falso, ottenendo come contropartita «commesse per beni e servizi» fatturati a ditte riferibili a parenti o amici. Il complesso meccanismo è spiegato dalle intercettazioni telefoniche con le quali i carabinieri, agli ordini del generale Antonio De Vita, hanno incastrato i due principali protagonisti e gli altri indagati coinvolti, a vario titolo, nell’inchiesta. Tantissime le telefonate ascoltate dagli inquirenti. C’è ad esempio quella dell’aprile 2015, nella quale Gallo dice a un coindagato: «Chi fa il lavoro… la stazione appaltante… i subappaltatori… deve crearsi l’amalgama, mo’ è tutt’uno… Perché se ognuno tira e un altro storce non si va avanti… Quando tu fai un lavoro diventi… parte integrante di quell’azienda là… E devi fare di tutto perché le cose vadano bene… è giusto?». I carabinieri annotano nel verbale, poco dopo, lo stupore dello stesso Gallo nell’apprendere che il suo interlocutore credeva che i controlli sui lavori venissero svolti secondo le regole: «Ah, perché pensavi che erano…». Quello risponde: «Io sì», e Gallo chiarisce: «Nooo… non pensare…. Chi pensa male fa peccato ma non sbaglia mai».

LO SFOGO DI PAPA' DI BATTISTA CONTRO TUTTI GUARDATE E DIFFONDETE OVUNQUE!

"Amareggiato einfastidito". Vittorio Di Battista, papà del pù noto Alessandro Di Battista, si sfoga su Facebook e dice la sua sul nuovo corso del Movimento Cinque Stelle.
"Concordo con l'analisi, anche se velenosa, di Ferruccio Sanza. Concordo e critico anch'io, senza veleni e senza spocchia", scrive in un post visibile solo ai suoi amici, ma condiviso da alcuni suoi contatti, "Col vaffanculo e con l'apriscatole, abbiamo fatto irruzione nella palude di merda, abbiamo mescolato le carte, abbiamo terrorizzato i nemici, quelli pavidi, quelli più abbarbicati, quelli più pericolosi e perfino quelli sordi, rinnegati ed emeriti. È stato veramente uno tsounami, il nostro, che li ha costretti alla fuga precipitosa, al nascondersi e al pensare a come reagire per salvarsi".
Poi però arrivano le critiche a un movimento che da novità dirompente sembra essersi "normalizzato, "Dal primo intervento, ottimo, in Parlamento, quello sui marò sacrificati agli interessi di qualcuno, non abbiamo più incalzato, minacciato, urlato ed impedito agli altri di riprendere fiato", scrive Di Battista senior, "Subito siamo diventati osservanti delle regole, rispettosi delle istituzioni, timorosi di venire rimproverati ed espulsi. Merda! Il tonno è rimasto nella scatoletta, ci hanno dato il contentino di cambiare qualche goccia di olio rancido ma il tonno è sempre lì. Siamo stati rivoluzionari per qualche settimana, incomprensibili per qualche mese, preoccupanti per qualche semestre. Poi la sottomissione alle regole, il timore di venir criticati, la scelta di essere per bene e di comportarsi da persone per bene. Ma loro NON sono per bene, loro sguazzano nel male, nella corruzione, nelle ruberie e nel disprezzo della gente, dei cittadini e della legalità Sono amareggiato perchè abbiamo perso la spinta, abbiamo perso la speranza degli esclusi, la convinzione che per cambiare bisogna ripartire e rivoltare tutto, tutti ed il Paese intero. In fondo al tunnel non c'è luce, c'è il buio che ancora avvolgerà gli onesti, i normali e gli esclusi".
Quindi lo sfogo: "Sono amareggiato, disilluso e, temo, tradito. E poi sono infastidito dalla sudditanza tecnica e linguistica che abbiamo adottato. Ho visto il manifestino che annuncia la prossima manifestazione di Verona, ho letto di activism, di call to action, di sharing, di learning e di open day. Ecco, questo manifestino di Verona mi resuscita il vaffanculo, questo rivolto agli appassionati di english language and usage".
Poi in un altro post si dice "soddiscatto" per il dibattito suscitato dalle sue parole. E aggiunge: "Per essere appena più chiaro, credo che chi non va a votare non siano i vecchi imbecilli. Chi non va a votare sono quei milioni di concittadini che sono più incazzati di noi e quelli dobbiamo convincere, in camicia col colletto aperto o in giacca e cravatta. Il fatto che io sia il padre del Diba è un dettaglio della storia (citazione da...non ve lo dico)".

CLAMOROSO EMILIO SVELA TUTTO! ECCO CHE SUCCEDE AD AVERE FEDE! IL ‘’FIDO’’ EMILIO TRADISCE BERLUSCONI: “LA SUA VERA STORIA? MAFIA, MAFIA, MAFIA, SOLDI, MAFIA. DELL’UTRI LO SA E CI MANGIA SOPRA”

Quando Marcello Dell’Utri veniva a Palermo doveva ricordarsi della famiglia di Vittorio Mangano, doveva ricordarsi di “sostenerla”. In che modo e perché dovesse sostenerla è un mistero. Ma per evitare che se ne dimenticasse, Silvio Berlusconi in persona, almeno in un’occasione, si è adoperato per rammentarglielo. A raccontarlo ai pubblici ministeri di Palermo non è un mafioso pentito, e non è nemmeno un collaboratore di giustizia. L’inedito episodio arriva invece dalla viva voce di un uomo che per oltre vent’anni è stato al fianco dell’ex premier: Emilio Fede.

L’ex direttore del Tg4 ha raccontato ai pm di un incontro tra Berlusconi e lo stesso Dell’Utri, appena arrivato a Milano dopo un soggiorno a Palermo. Ad Arcore, Fede si sta intrattenendo con l’ex premier, quando ecco che arriva Dell’Utri. “Mi alzai per allontanarmi” dice Fede interrogato da Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia nel maggio scorso. “Lo scambio di frasi è stato brevissimo” aggiunge. E poi spiega che Berlusconi, ancor prima di salutare l’ex senatore oggi detenuto, esordisce immediatamente con: “Hai novità? Mi raccomando ricordiamoci della sua famiglia, ricordiamoci di sostenerla”.

La famiglia da sostenere è quella di Vittorio Mangano, il boss di Porta Nuova, l’ex stalliere di Villa San Martino, l’uomo assunto dall’amico Marcello nel 1974 per garantire la protezione della famiglia Berlusconi. Ma sostenerla come? E perché? “Chiedono riferimenti su di te” dice Marcello all’amico Silvio, sotto gli occhi di Fede. Per i magistrati i riferimento è agli interrogatori in quel momento in corso, durante i quali a Mangano, che era detenuto, veniva chiesto appunto dei rapporti con l’ex presidente di Publitalia e con Berlusconi.


L’ex direttore del Tg4 non ha saputo collocare con certezza l’evento nel tempo: per Fede il rapido scambio di battute tra Dell’Utri e Berlusconi sarebbe di poco antecedente alla discesa in campo dell’ex cavaliere, nel 1994. Mangano però all’epoca era libero: finirà dentro soltanto dopo, ed è per questo che per i magistrati l’episodio è verosimilmente collocabile tra il 1995 e il 1996.

Dalle parti di Arcore quello è un periodo difficile : la Lega ha da poco fatto cadere il primo governo Berlusconi, Dell’Utri è finito indagato dalla procura di Palermo per concorso esterno a Cosa Nostra, mentre Mangano viene arrestato e sbattuto nel supercarcere di Pianosa in regime di 41 bis. È lì che i pm lo interrogano, che gli “chiedono riferimenti” su Berlusconi, sul periodo passato ad Arcore. La bocca del boss di Porta Nuova, però, resta cucita. Ed è per questo che anni dopo Marcello e Silvio lo eleggeranno al rango di loro “eroe” personale.

Perché se avesse parlato, Mangano di cose da raccontare ne avrebbe avute parecchie. Ricordi in bianco e nero, degli anni ’70, quando si trasferisce con la famiglia ad Arcore, dove ogni mattina accompagna a scuola i piccoli Marina e Piersilvio, che poi ogni pomeriggio giocano con sua figlia Cinzia, oggi detenuta a sua volta per mafia.

Ma non solo. Perché il fil rouge che unisce l’ex cavaliere al boss di Porta Nuova non si ferma agli anni ’70. Continua anche dopo. Continua per esempio il 26 settembre del 1993, quando Giovanni Brusca legge sull’Espresso che Dell’Utri sta creando un nuovo partito: il settimanale racconta anche del vecchio lavoro da fattore di Arcore di Mangano. Una storia che Brusca non conosce. Ma che fa comodo a Cosa Nostra, in quel momento precipitata in una situazione di grave difficoltà: Riina è in carcere, la trattativa a suon di bombe con lo Stato non ha portato i risultati sperati, mentre le condizioni carcerarie per i boss detenuti sono sempre più difficili. È così che Mangano torna a Milano nel novembre del 1993 e prende un appuntamento con Dell’Utri, come risulta dalle stesse agende dell’ex senatore.

Secondo Brusca a fare da cerniera tra Dell’Utri e Mangano sono le cooperative che gestiscono la pulizia degli uffici Fininvest: sono gestite da Antonino Currò e Natale Sartori, due messinesi amici di vecchia data del boss di Porta Nuova, che tra i loro dipendenti hanno assunto anche due delle tre figlie di Mangano. È un legame forte quello tra Sartori e Mangano: quando il boss di Porta Nuova viene arrestato, l’imprenditore messinese si precipita a Palermo.

E dall’altra parte la conoscenza tra Sartori e Dell’Utri risale agli anni ’80. Sartori e Currò verranno poi processati e assolti per mafia. “Sono arrivate le arance” sarebbe, secondo Brusca, il messaggio in codice per comunicare ai piani alti di Fininvest che Mangano era a Milano, negli stessi mesi in cui secondo la procura di Palermo viene siglato il nuovo Patto Stato-mafia.

Passa un anno e Dell’Utri finisce indagato per mafia, mentre Mangano viene arrestato: è da quel momento, che Berlusconi chiede all’amico Marcello di ricordarsi della famiglia Mangano. Di sostenerla. Come e perché non è dato sapere. Rimane solo un frammento di conversazione, ascoltato da Fede e messo a verbale vent’anni dopo, quando ai pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia arriva la registrazione di una conversazione dalla procura di Monza. Un file realizzato con il telefonino da Gaetano Ferri, personal trainer di Fede, che nel luglio del 2012 registra una conversazione con l’ex direttore del Tg4, all’insaputa di quest’ultimo.

Nella registrazione si sente Fede che spiega alcuni passaggi dei collegamenti tra Arcore, Dell’Utri e Cosa Nostra. “C’è stato un momento in cui c’era timore e loro avevano messo Mangano attraverso Marcello” spiega Fede al suo interlocutore.

Che ribatte: “Però era tutto Dell’Utri che faceva girare”. “Si, si era tutto Dell’Utri, era Dell’Utri che investiva” risponde Fede. Poi il giornalista si pone una domanda retorica con risposta annessa: “Chi può parlare? Solo Dell’Utri. E devo dire che in questo Mangano è stato un eroe: è morto per non parlare”. Quindi il giornalista fornisce al suo personal trainer la sua estrema sintesi di quarant’anni di potere economico e politico: “La vera storia della vicenda Berlusconi? Mafia, mafia, mafia, soldi, mafia”.

Clamoroso messaggio di Luigi Di maio: “Spendiamo di meno perché abbiamo scoperto che avanzano soldi”


“Spenderemo un po’ di meno ma solo perché ci sono dei soldi che ci avanzano, ne avevamo previsti in più di quelli che servivano”. A Mattino5 Luigi Di Maio torna sulla trattativa con Bruxelles per la manovra sulla quale, dice, “io, Salvini e Conte siamo perfettamente allineati, per andare all’obiettivo e cioè aiutare le persone più in difficoltà”. E a Mattino Cinque spiega che, nonostante l’aggiustamento chiesto dall’Europa, le misure non cambiano, sottolineando che “solo che dalle relazioni tecniche stiamo scoprendo che avevamo previsto più soldi” del necessario. Verranno recuperati “ancora più soldi dalle pensioni d’oro” e il ministro del Lavoro è certo che il premier, che sta conducendo la trattativa in maniera brillante” “porterà a casa le cose per i cittadini senza procedura di infrazione“.

L’intenzione dell’Italia di far scendere il rapporto deficit/pil previsto dalla legge di Bilancio dal 2,4 per cento al 2,04 è stata annunciata annunciata ieri da Conte, a Bruxelles per il Consiglio europeo. Una revisione che però per il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici non è sufficiente e ha bisogno di “altri passi in avanti”. E proprio Moscovici ieri aveva innescato la polemica ritenendo accettabile la possibilità di Parigidi sfiorare il 3% per placare la protesta dei gilet gialli. “Avrei tanta voglia di rispondere – ha commentato Di Maio -, ma Conte e Triastanno trattando con Bruxelles non voglio creare problemi”. Ha però aggiunto che “sicuramente oggi è un’Europa che guarda ai paesi in maniera diversa”, ma ha ribadito che “in questo momento l’obiettivo è portare a casa le misure previste nel contratto ed evitare la procedura di infrazione. Gli italiani ci chiedono di non andare in guerra con l’Ue ma mantenere le promesse”.
Sulle pensioni d’oro spiega che oltre a tagliare “circa il 40% di quelli che non hanno versato i contributi sopra i 4mila euro”, “non gli facciamo neanche l’adeguamento all’inflazione, così ci restituiscono anche soldi presi in questi anni ingiustamente”. E specificando quanto già anticipato ieri, aggiunge che le norme su “chi può accedere a quota 100, a chi sarà alzata la pensione minima, a chi la pensione di invalidità” non si scrivono nella legge di bilancio, ma “si scriveranno in un decreto” e “siamo pronti ormai anche per fare il decreto sull’aumento delle minime, su quota 100 e sul reddito di cittadinanza”. Rassicura che “non ci sarà nessuna tassa sull’auto delle famiglie degli italiani né nuove né in uso” e sarà introdotto solo “un ecobonus sulle auto elettriche, ibride e a metano, perché ci sono città ostaggio dell’inquinamento. Dobbiamo iniziare rivoluzione della mobilità in Italia”.

giovedì 13 dicembre 2018

NOI RISARCIAMO I CITTADINI: 1,5 MILIARDI PER I RISPARMIATORI TRUFFATI E 10 MILIONI PER I DISABILI



Grazie alla #ManovraDelPopolo, approvata oggi in prima lettura alla Camera, il Movimento 5 Stelle ha stanziato 1,5 miliardi per gli azionisti truffati dalle banche.
BEN 15 VOLTE IN PIÙ RISPETTO AL FONDO DEL GOVERNO PD!
Abbiamo cancellato ogni scudo per Consob e Banca d'Italia: ora i risparmiatori potranno rivalersi contro le autorità di vigilanza!
Nonostante le recenti polemiche, il Movimento 5 Stelle porta avanti azioni concrete a favore dei disabili.
Nella legge di Bilancio è stato approvato un emendamento che permetterà assunzioni a tempo indeterminato di tante persone con disabilità. Massima diffusione!

Salvini contro la Merkel: noi non abbiamo banche da salvare, non firma il patto sui migranti...



Angela Merkel a Marrakech c'era. Matteo Salvini no. Lei promuoveva i migrati come "portatori di prosperità", lui non intende firmare il patto onu sulle migrazioni.
Ma il Global Compact non è l'unica cosa che divide la cancelliera e il ministro dell'Interno. In mezzo c'è anche una partita che li vede schierati su due fronti diversi. Sempre di migranti si parla, ma questa volta sono i ricollocamenti a creare tensioni tra i due Paesi.
Il negoziato per il patto bilaterale è concluso ormai da mesi. Berlino era arrivata addirittura a far trapelare una firma imminente, che però Salvini si prodigò a smentire categoricamente. E da quel giorno nulla sembra essersi mosso.
Come scrive il Fatto, la cancelliera ieri ha risposto alla domanda di un deputato e ha espresso "rammarico" per "l'intesa che non è ancora stata firmata dall'Italia" anche se si sta lavorando "per arrivare alla firma".
L'accordo prevede che Roma si faccia carico di (ri)prendere quei migranti cosiddetti "dublinanti", ovvero sbarcati sulle coste del Belpaese e poi scappati verso altri lidi prima di ricevere notizie sulla domanda di asilo. Migliaia sono finiti in Germania. Il regolamento di Dublino prevede che sia il Paese di primo sbarco a farsene carico e Roma e Berlino stanno cercando di raggiungere un accordo che permetta alla Germania di rispedire indietro gli immigrati. Ma Salvini ha sempre detto che la firma arriverà solo se il patto sarà a "saldo zero", ovvero se per ogni migrante ripreso da Berlino ne uscirà uno in direzione delle terre tedesche.

Manovra, ricapitolando: il deficit della Francia va bene, il nostro no. Ora sono chiare due cose...


Ricapitolando: dopo 10 anni di deficit eccessivi, con picchi addirittura al 7% del Pil e sfondamenti anche nel periodo in cui il commissario Ue Pierre Moscovici era ministro delle Finanze, la Francia ottiene l’ennesimo sforamento del tetto del 3%. Niente da fare invece per l’Italia: la riduzione del deficit dal 2,4% al 2,04 non va ancora bene.
Sono chiare a questo punto due cose fondamentali:
1) l’attacco della Commissione Ue nei nostri confronti è più politico che economico: contro i sovranisti Salvini e Di Maio (mentre il buon Macron è un fervido europeista) e contro le politiche del governo (quota 100 e reddito di cittadinanza). Le misure promesse dal presidente francese ai gilet gialli sono “indispensabili per l’urgenza del potere d’acquisto”, dice Moscovici. E il reddito di cittadinanza non è altrettanto indispensabile per rafforzare il potere d’acquisto – nullo – di 5 milioni di italiani poveri? Evidentemente no. “Eh, ma la situazione della Francia è meglio dell’Italia”, vero, ma meglio non significa bene, come dimostrano le proteste dei gilet gialli e alcuni dati macroeconomici: debito pubblico più basso del nostro ma sempre sostanzioso (98,5% del Pil nel 2017 contro il nostro 131%); disoccupazione a ottobre al 9,3%contro il nostro 10,6, ma se l’Italia è la terza peggiore in Europa dopo Grecia e Spagna, la Francia è quarta.
2) Questa Europa vuole la rivoluzione. Invece di riconoscere che i “gilet gialloverdi” al governo in Italia hanno instradato su canali democratici il malcontento che in Francia si sfoga nelle violenze di piazza (anche delle forze dell’ordine), tenta il tutto per tutto: stoppare con le leve economiche il governo italiano, per creare malessere e delusione negli elettori ed evitare uno tsunami di M5s e Lega alle prossime elezioni europee. Resta da vedere se, così facendo, non verrà travolta lo stesso – e con impeto ancora maggiore.