giovedì 17 agosto 2017

Renzi e Gentiloni hanno mentito alla famiglia Regeni e al Paese! Guardate e diffondete...

Quanto scritto dal New York Times è gravissimo e chiama in causa quattro personaggi oscuri, che da più di tre anni tengono in mano il Paese a proprio uso e consumo: Renzi, Gentiloni, Minniti e Alfano. Il New York Times rivela che l'ex amministrazione Obama informò Renzi e Palazzo Chigi di un coinvolgimento diretto dei servizi di sicurezza egiziani nel barbaro omicidio di Giulio Regeni.
Malgrado ciò, questi soggetti in tutto questo tempo hanno continuato a lanciare appelli per la verità, facendo finta di nulla. E proprio in questi giorni, alla vigilia di ferragosto, Gentiloni in persona ha ben pensato di far tornare al Cairo l'ambasciatore Giampaolo Cantini: una misura che per modalità e tempistica ci indigna profondamente e che, oggi, uccide Giulio una seconda volta.
Che Renzi, Gentiloni, Minniti e Alfano fossero dei traditori della Patria non avevamo dubbi, ma questa volta hanno superato il limite. Non possiamo accettarlo. Non può accettarlo la famiglia di Giulio che ancora piange suo figlio.
Per un fatto del genere, in qualsiasi altra parte del mondo i diretti responsabili avrebbero rassegnato le dimissioni ritirandosi dalla vita politica, ma sappiamo bene come vanno le cose in Italia e conosciamo la spocchia e l'arroganza che questi signori hanno mostrato in più di una circostanza.
Sia chiaro, non voglio aprire alcuna polemica, nessuno deve azzardarsi a speculare sulla morte di Giulio Regeni, ma chi ha mentito al Paese questa volta deve pagare.
Gentiloni e Renzi in primis, e poi a seguire tutti gli altri, devono fare chiarezza e rispondere, subito, alle seguenti domande:
1. Confermate o no le rivelazioni del New York Times?
2. La Procura di Roma, che sta portando avanti le indagini, è stata messa al corrente dei fatti? Quando e in quale data?
3. Cosa vi ha spinto, il 14 agosto, a rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, quindi a riallacciare i rapporti diplomatici tra il nostro Paese e l'Egitto?
Chiedo ufficialmente ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, di convocare le Camere affinché i diretti interessati vengano a riferire in aula. Vogliamo la verità e la vogliamo ora!




+++NOTIZIA BOMBA+++ 4 Milioni girati alle sue Fondazioni in maniera “oscura” scatta la denuncia per Renzi. Ma nessun tg lo dice

Denunciate le fondazioni legate a Renzi°.°
Nuovo esposto alla GDF e Ministero della Finanza di Roma per verificare i bilanci delle fondazioni legate a Matteo Renzi.
L’esposto ha origine dopo l’articolo “Ecco chi paga Renzi” pubblicato dal Fatto Quotidiano in cui si parla dei vari passaggi di denaro che ci sarebbero stati tra le fondazioni “Festina Lente”, “Noi Link” e “Big Bang”.
L’articolo a firma David Vecchi in buona sostanza cerca di far luce su “il tesoro di Renzi”, 4 milioni di euro e su alcune associazioni definite nell’articolo “opache”.
Il dipendente del comune di Firenze Alessandro Maiorano, il nemico giurato di Matteo Renzi, è ora più che mai intenzionato a far emergere con chiarezza tutti i passaggi che dal 2009 iniziarono la campagna elettorale del primo cittadino. Maiorano lo ricordiamo diede inizio alle indagini sulle Fondazioni di Renzi con un esposto presentato alla questura di Prato il 9/12/2013. In questo frangente Maiorano coglie la palla al balzo per presentare una nuova denuncia, questa volta alla Guardia di Finanza e al Ministero della Finanza di Roma.
“Si rafforza a questo punto la tesi da me portata avanti da tempo” dice Maiorano che ci confessa anche di essersi purtroppo dovuto esporre di persona in una vicenda in cui rischia molto. Maiorano chiede agli organi preposti di accelerare le indagini e che non si perda tempo: “Io c’ho messo la faccia del tempo, denaro e cuore in tutta questa storia, mi sono esposto perché credo e sono convinto che i soldi dei cittadini debbano essere spesi a favore dei cittadini.. e non sperperati”.
Maiorano ha già scritto sia alla Dott. Bacassini che al Dott. Spadaro, facendo presente che sulla vicenda Matteo Renzi esistono vari esposti firmati dal sottoscritto i quali sono stati tutti protocollati dal Dott. Stefano Bisogno del MEF di Roma.
Sta attendendo (secondo lui) il probabile arrivo a Firenze della Dott.sa Bocassini o del Dott. Spadaro (procuratori di Milano) che secondo voci di corridoio dovrebbero giungere prossimamente a capo della procura Fiorentina in sostituzione del procuratore Capo Giuseppe Quattrocchi.
FONTE:IL FATTO QUOTIDIANO


È SPACCIATO: TANGENTI GDF, CHIESTE DIMISSIONI DI ALFANO! GLI INDAGATI AMMETTONO. GUARDATE E DIFFONDETE SE VOLETE LE DIMISSIONI DI ALFANO!

La bufera su Alfano e le intercettazioni  che lo vedono coinvolto investe gli equilibri di governo. Da un lato il ministro fermo nella volontà di non dimettersi, dall'altro il terremoto dentro Ncd e M5s torna a chiedere le dimissioni del governo. Oggi in Campidoglio la prima seduta d'Aula dell'era Raggi. Il sindaco presenterà anche la sua giunta e dice: 'E' una giornata storica, i cittadini riprendono in mano la loro città dopo anni di abbandono della politica'. I consiglieri M5s assicurano: 'La sfida è difficile ma siamo pronti'. In aula tutti seduti a sinistra, anche gli esponenti Pd, scranni vuoti a destra.
Prime ammissioni per gli indagati nella maxindagine della  Procura sulla cricca dedita a corruzione e riciclaggio. Oggi davanti al gip Giuseppina Guglielmi sono sfilati alcuni indagati, nell'ambito dell'interrogatorio di garanzia, tra cui Maurizio Lanari (amministratore di una società), Sergio Rossi (amministratore società informatica) , Claudio Crognale (amministratore di società), Marco Nobile e Armando Baldini, quest'ultimi due funzionari della Agenzia delle Entrate.
"Oggi la barbarie illegale arriva a farmi scoprire, dalle intercettazioni tra due segretarie, che un uomo di ottant'anni, il cui fisico è da tempo fiaccato da una malattia neurodegenerativa che non lo rende pienamente autosufficiente, avrebbe fatto 'pressioni' presso le Poste per non so quale fantastiliardo di segnalazioni". Lo dice il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, aggiungendo che è "indegno" dare credito a "due signore che parlano, anche insultandomi" e "non so chi siano". "Le due signore che parlano, anche insultandomi - rileva Alfano, riferendosi all'intercettazione in cui la segretaria di Raffaele Pizza parla di 80 curriculum per Poste Italiane inviati dal padre del ministro - non so chi siano, ma quell'uomo lo conosco bene perché è mio padre ed è indegno dare credito e conto a ciò che i magistrati avevano scartato dopo avere studiato". "Nel frattempo - aggiunge - il contenuto reale dell'inchiesta giudiziaria passa in secondo ordine in spregio ai tanti uomini dello Stato che a quella inchiesta si sono applicati".
Il Tiap, ossia il sistema di informatizzazione nel settore penale "è sicuro, è strettamente controllato dal Ministero ed è di proprietà del Ministero non casualmente ma a garanzia delle informazioni trattate". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, interpellato sui risvolti dell'inchiesta sulla 'cricca' che tentava di mettere le mani sugli appalti dei ministeri e sull'ipotesi che stesse cercando di insinuarsi anche in quelli legati al Tiap per violarlo e accedere ai fascicoli delle procure.
Le opposizioni: Alfano si dimetta - "Ministro Alfano, faccia una cosa giusta: dimissioni. Non per l'assunzione del fratello alle Poste o per quello che avrebbe fatto il padre, ma per la sua totale incapacità di difendere i confini e la nostra sicurezza, i cittadini italiani e le stesse Forze dell'Ordine. #angelinoacasa". Così Matteo Salvini su Facebook commenta la vicenda che vedrebbe coinvolto il ministro dell'Interno, Angelino Alfano.
"Poste Italiane SpA, sta per "Poste Italiane Società per Alfano"? Le intercettazioni telefoniche inchiodano letteralmente il ministro degli Interni del Governo Renzi. Tra il padre che invia 80 curriculum alle Poste e l'assunzione del fratello del ministro nella stessa società, dovrebbe rassegnare oggi stesso le dimissioni" lo dichiarano i capigruppo M5S di Camera e Senato Laura Castelli e Stefano Lucidi. "Tra l'altro il caso dell'assunzione del fratello di Alfano fu denunciato nel 2013 dal Movimento 5 Stelle il 18 settembre 2013 in una interrogazione a prima firma Andrea Coletti che non ha mai avuto risposta" continuano Castelli e Lucidi. "Chiediamo le immediati dimissioni del ministro degli Interni, se vuole per chiederle siamo pronti ad inviare un raccomandata senza ricevuta di ritorno tramite "Poste Società per Alfano"...", concludono i capigruppo M5S.
"Siamo al terzo grave scandalo che vede coinvolto il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, nel giro di poco più di tre anni. Il primo risale all'inumana estradizione di Alma Shalabayeva e dei suoi figli, il secondo riguarda lo spostamento del prefetto di Enna ad Isernia su cui sta indagando la Procura di Roma e adesso il suo nome è nuovamente nelle carte di un'altra inchiesta insieme al padre e al fratello. E' chiaro che la misura è colma, per questi motivi il gruppo parlamentare di Alternativa Libera - Possibile, chiede al Ministro Alfano di rassegnarsi e di rassegnare immediatamente le dimissione per togliere il Paese e se stesso da questo imbarazzo senza dover costringere il Parlamento a votare una mozione di sfiducia". Lo affermano i capigruppo di Possibile e Alternativa Libera, Pippo Civati e Massimo Artini.
"Angelino Alfano sta facendo bene il suo lavoro di ministro e le cose che leggiamo non coinvolgono né il suo lavoro né la correttezza del suo comportamento. La richiesta di dimissioni è pretestuosa". Lo afferma il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato, interpellato sulla richiesta di dimissioni del ministro dell'Interno avanzata da M5s, Lega e Si.
Bufera sul ministro degli Interni, Angelino Alfano: ci sarebbe anche il suo nome nelle intercettazioni allegate all'inchiesta della Procura di Roma per corruzione e riciclaggio. Alfano, secondo quanto riportato da diversi quotidiani, viene citato per l'assunzione di suo fratello alle Poste.
Alfano, tuttavia, respinge le accuse: "Siamo di fronte al ri-uso politico degli scarti di un'inchiesta giudiziaria - dice il ministro -. Ciò che i magistrati hanno studiato, ritenendolo non idoneo a coinvolgermi in alcun modo, viene usato per fini esclusivamente politici. Le intercettazioni non riguardano me, bensì terze e quarte persone che parlano di me. Persone, peraltro, che non vedo e non sento da anni".
Accertamenti su diverse nomine in società apparse nell'inchiesta della procura di Roma, compresa quella sull'assunzione del fratello di Angelino Alfano a Postecom, sono stati eseguiti dalla procura di Roma e dai finanzieri del nucleo di polizia valutaria prima dell'operazione culminata nell'emissione di 24 misure di custodia cautelare tra carcere e domiciliari.
Le verifiche in questione non hanno determinato formali contestazioni di reati. Il tutto, secondo quanto si è appreso, per verificare l'attendibilità di Raffaele Pizza, considerato al vertice dell'organizzazione specializzata nel condizionare nomine presso società private e influenzare appalti pubblici. Lo spunto per questi accertamenti è scaturito anche da un'intercettazione del 9 gennaio 2015 in cui Pizza, fratello dell'ex sottosegretario Giuseppe, rivendica di essere stato lui a far assumere Alessandro Alfano.
Incalza il M5S, con Alessandro Di Battista, chiedendo al responsabile del Viminale di fornire una spiegazione al Parlamento e agli italiani: "Ministro Alfano lei ha il dovere di fornire spiegazioni al Parlamento e all'opinione pubblica intera!": scrive su twitter il parlamentare
Nell' ordinanza citati anche Sarmi e Boeri -  Si parla anche di una proroga di un mega appalto Inps ad un consorzio di imprese nelle carte dell' inchiesta della procura di Roma su mazzette e riciclaggio: una proroga - come riferiscono oggi alcuni quotidiani - sul cui esito positivo il faccendiere Raffaele Pizza (fratello dell'ex sottosegretario Giuseppe) rassicura il referente del consorzio, Roberto Boggio, sottolineando le sue ottime "entrature". In particolare, scrivono gli inquirenti nell'ordinanza, "Pizza tranquillizzava Boggio circa il positivo esito anche della proroga, facendogli intendere di poter influire favorevolmente in ordine alla decisione grazie alle sue altolocate conoscenze nell'ambiente, citando espressamente Sarmi (Massimo Sarmi, ex ad di Poste italiane spa - ndr) come persona in grado di 'arrivare' a Boeri, attuale direttore dell'Inps". E quando Boggio gli dice di aver sentito Boeri, Pizza replica: "Boeri ci penso io quand'è il momento, è amico di...ma siamo a livelli altissimi....con Sarmi se gli dico una cosa la fa....capito, non rompesse il c. ... quand'è il momento, io sono in grado di intervenire, amico amico suo proprio....è anche una persona di grandi qualità...".
Caio:  Poste cambiate, valutiamo situazione  - "Abbiamo letto sui giornali quello che sta emergendo: se questo è il quadro, noi rappresentiamo una discontinuità rispetto al passo e penso che anche con il nuovo management stiamo dimostrando quanto l'aria sia cambiata". Così l'ad di Poste, Francesco Caio, commenta l'inchiesta da cui sarebbe emersa l'assunzione del fratello del ministro Alfano in Poste tramite Raffaele Pizza. "Valuteremo la situazione", ha aggiunto Caio, che alla domanda se siano previste azioni specifiche ha risposto: "Non personalizzerei in questa fase".



VERGOGNA, QUESTI DUE VOGLIONO TRASCINARCI IN GUERRA! GUARDATE E DIFFONDETE QUESTA VERGOGNA!

di Beppe Grillo
Nell'Italia a sovranità zero di Renzi e del suo tutor Napolitano il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, può permettersi di venire a Roma per annunciare in un'intervista, lui al posto del governo, l'invio di un contingente di soldati italiani al confine con la Russia nel 2018. Solo dopo mezz'ora Pinotti e Gentiloni hanno confermato la notizia che i nostri militari saranno 150 e verranno dispiegati in Lettonia. Questa azione è sconsiderata, è contro gli interessi nazionali, espone gli italiani a un pericolo mortale ed è stata intrapresa senza consultare i cittadini. L'Italia non ci guadagna nulla e ci perde tantissimo. In termini di sicurezza nazionale questa missione rischia di esporre il nostro Paese al dramma della guerra. Ci riporta indietro di trent'anni ed alza nuovi muri con la Russia, che per noi è un partner strategico e un interlocutore per la stabilizzazione del Medio Oriente.
Con la follia delle sanzioni abbiamo perso in due anni 3,6 miliardi di euro: l'export italiano verso la federazione russa, infatti, è passato dai 10,7 miliardi del 2013 ai 7,1 miliardi di euro del 2015 (-34%). Lombardia (-1,18 miliardi), Emilia Romagna (-771 milioni) e Veneto (-688,2 milioni) sono le regioni che con il blocco alle vendite hanno subito gli effetti negativi più pesanti. Una mazzata pesantissima per un Paese che ha 10 milioni di poveri.
Adesso vogliono schierare i nostri uomini per provocare i russi e trascinarci nell'assurdità della guerra. Un altro fronte, oltre a quelli già aperti in Iraq, in Afghanistan, in Libia con i disastri che hanno creato. Renzi e Napolitano chinano la testa, ma l'invio di 150 uomini in Lettonia è inaccettabile. Chi pensa il contrario o non sa quello che fa o se ne frega degli italiani per altri interessi: delle due l'una. La Russia è un partner essenziale, non un nemico.
I cittadini vogliono pace e prosperità, questo governo di pavidi ci trascina verso la guerra e il disastro economico.
Nessun soldato italiano con il MoVimento 5 Stelle al governo sarà inviato al confine con la Russia, ma nel frattempo nessuno ha il diritto di giocare con la nostra pelle: #IoVoglioLaPace. Facciamoci sentire!


LE AGENZIE DI RATING HANNO TRUCCATO I DATI PER AFFONDARE L’ITALIA’: UN PM CHIEDE LA CONDANNA PER MARIO MONTI

VOI STANDARD, NOI POOR’S – ”LE AGENZIE DI RATING HANNO TRUCCATO I DATI PER AFFONDARE L’ITALIA”. A PIÙ DI CINQUE ANNI DA QUEL 2011 DOVE LO SPREAD SI È MANGIATO IL GOVERNO BERLUSCONI E L’ECONOMIA ITALIANA, IL PM CHIEDE LA CONDANNA PER STANDARD & POOR’S – BRUNETTA: ”FU UN COMPLOTTO ORDITO DA OLIGARCHIE, TROIKA, BANCHE DI AFFARI E MASSONERIE INTERNAZIONALI”



Gian Maria De Francesco per ”il Giornale”

Nel 2011 l’ Italia «stava messa meglio di tutti gli altri Stati europei», ma da parte di Standard & Poor’ s c’ è stata «la menzogna, la falsificazione dell’ informazione fornita ai risparmiatori», mettendo così «in discussione il prestigio, la capacità creditizia di uno Stato sovrano come l’ Italia».

Le parole, pronunciate ieri dal pm di Trani, Michele Ruggiero, durante la requisitoria del processo per manipolazione del mercato a carico di cinque tra analisti e manager dell’ agenzia di rating statunitense, confermano quanto emerso dal quadro probatorio: il downgrading del nostro Paese tra maggio 2011 e gennaio 2012 mancava di giustificazioni macroeconomiche e aveva in sé ragioni speculative e forse anche politiche.

Per questo motivo il pubblico ministero alla fine della requisitoria ha chiesto la condanna a due anni di reclusione e 300mila euro di multa per Deven Sharma, all’ epoca presidente mondiale di S&P, e a tre anni di reclusione ciascuno e 500mila euro di multa per Yann Le Pallec, responsabile per l’ Europa, e per gli analisti del debito sovrano Eileen Zhang, Franklin Crawford Gill e Moritz Kraemer. Per la società di valutazione è stata chiesta la condanna alla sanzione pecuniaria di 4,647 milioni di euro.

Insomma, mentre il quarto governo Berlusconi viveva la sua fase più angosciosa sotto la spinta della crisi da spread, l’ agenzia di rating non avrebbe ottemperato agli obblighi di veridicità delle informazioni fornite. I report sotto accusa sono quattro, l’ ultimo dei quali è il declassamento del rating dell’ Italia di due gradini (da A a BBB+) del 13 gennaio 2012. Il confronto tra 2010 e 2011 citato Ruggiero, che ha parlato per cinque ore, attiene al fatto che il contratto tra il Tesoro e l’ agenzia di rating, durato 17 anni, cessò nel 2010 «ed è dal 2011 – ha sostenuto il magistrato – che si registrano bocciature dell’ Italia da parte dell’ agenzia» adducendo così un «movente ritorsivo» per il delitto contestato.

Il pm ha poi fatto riferimento alla testimonianza del direttore del Debito pubblico presso il Tesoro, Maria Cannata, secondo cui S&P «avrebbe sempre enfatizzato aspetti critici rispetto all’ Italia» e che parlare con i suoi analisti era come «parlare al vento». Ruggiero ha citato come «bazooka fumante» due intercettazioni.

La prima è la telefonata del 3 agosto 2011 tra l’ ex manager S&P Maria Pierdicchi col presidente Sharma in cui si faceva riferimento al fatto che «serve più personale senior che si occupi dell’ Italia», dunque ammettendo l’ impreparazione del team di valutazione. La seconda è una mail dell’ ex responsabile corporate rating Renato Panichi nella quale si sottolineava come la valutazione del sistema bancario al momento del taglio del rating fosse «esattamente contraria alla situazione reale».



«Molti indizi raccolti fanno più di una prova sul complotto ordito da oligarchie, troika, banche di affari e massonerie internazionali, per abbattere e sostituire con un loro fiduciario, un governo democraticamente eletto, quello presieduto da Silvio Berlusconi», ha commentato il capogruppo di Fi alla Camera, Renato Brunetta, parlando di «un vero e proprio colpo di Stato» e invocando ancora una commissione d’ inchiesta parlamentare. «Le agenzie di rating sono state gli esecutori di un complotto che però ha mandanti politici», ha chiosato la deputata azzurra Elvira Savino. S&P ha ribadito che «le accuse non sono suffragate da prove degne».


URGENTE CONDIVIDERE: ALESSANDRO DI BATTISTA HA UN MESSAGGIO PER TUTTI NOI! GUARDATE E DIFFONDETE SE LA PENSATE COME LUI!




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URLA DIVIETI E SMS: È GUERRA TRA RENZI E BOSCHI! GUARDATE E DIFFONDETE!

Governo e corazzata del Sì hanno una profonda quanto vistosa crepa. La meno prevedibile: tra il gran capo Matteo Renzi e l’ormai ex pupilla Maria Elena Boschi. Un’immagine imprime alla perfezione lo stato dei rapporti tra i due, è quella scattata alla Camera la mattina di mercoledì 12 ottobre durante l’intervento in aula del premier sul Consiglio europeo. Boschi non siede al fianco di Renzi, ma al lato estremo dei banchi. Una scena mai vista. Lontana, in disparte. E dopo appena dieci minuti dal suo arrivo si alza e se ne va, nonostante il premier stesse ancora parlando. Un comportamento notato da alcuni dei (pochi) deputati presenti in aula. Non sarà certo il segnale dell’epilogo, né la caduta del petalo fino a pochi mesi fa ritenuto il più prezioso e forte del Giglio magico. Ma è evidente che sia appassito. Boschi non sarebbe il primo fedelissimo eliminato da Renzi. Di precedenti ce ne sono molti. A Firenze come a Roma. Il premier ha mostrato il suo carattere. Quando qualcuno crea problemi, chiunque sia, viene lentamente allontanato ed escluso. In un momento delicato come questo, con il referendum alle porte, nessuna debolezza è accettabile. Tanto meno gli errori. Lo ha detto chiaramente ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori e amici fidati. Con un messaggio lo scorso 5 ottobre si lamentava: “Non so più come fare”. E chi lo conosce riferisce che la sua non è rabbia ma sconforto, quasi rassegnazione.
L’accusa di lei: “Non mi difendi”
Il conflitto tra i due è iniziato prima dell’estate quando l’allora (ancora) pupilla ha accusato Renzi di averla abbandonata a difendersi dalle polemiche scaturite dalla vicenda Etruria che ha coinvolto il padre, Pier Luigi Boschi, ex vicepresidente dell’istituto di credito e indagato per bancarotta fraudolenta. Fonti vicine a entrambi raccontano (e confermano) di uno sfogo da parte della ministra nella stanza di Renzi a Palazzo Chigi. Lui inchiodato sulla sedia. Lei in piedi, dall’altra parte della scrivania. Sfogo durante il quale lei ha snocciolato al Capo tutto il malessere covato nei mesi, partendo dal rinfacciargli di non essersi schierato al suo fianco durante la Leopolda nel dicembre del 2015, quando fu travolta dallo scandalo del padre e costretta a rimandare la sua presenza di un giorno alla Medjugorje renziana. Da quell’11 dicembre, quando lei si nascose a Laterina a casa dei genitori, invece di essere alla stazione fiorentina; e Renzi non la chiamò né cercò direttamente, ma la fece avvisare dai suoi lanzichenecchi. “Ditele che sono arrabbiato, sta sbagliando”, era il messaggio trasmesso per interposta persona. Da allora i rapporti si sono fatti più freddi. E spesso sono stati mediati da un altro fedelissimo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti. L’ex capo gabinetto di Palazzo Vecchio nel tempo ha preso il sopravvento, commissariando Boschi e frapponendosi tra lei e Renzi. La necessità di lavorare pancia a terra per la propaganda al Sì in vista del referendum ha allontanato ancora di più i due. E quando a metà settembre il premier ha approvato il tour all’estero di Boschi dettandole dei paletti comportamentali, lei ha sbottato nuovamente rivendicando una autonomia pari a quella ormai raggiunta da Lotti. Senza ottenerla. Perché le raccomandazioni ricevute da Renzi sono cadute nel nulla. Una, in particolare: “Non concedere interviste specifiche sulla riforma”.
A Buenos Aires “per cambiare l’Italia”
Il premier le aveva chiesto di camuffare il tour di campagna elettorale all’estero per il Sì in una missione istituzionale. E invece Boschi si è concessa alla stampa, caldeggiando la necessità della riforma. Su quotidiani e tv argentine è rimbalzato anche quanto dichiarato la sera del 27 settembre al teatro Coliseo di Buenos Aires, dove ha incontrato la comunità degli italiani residenti in Argentina. Oltre mille persone (e voti) presenti. E l’ambasciatore Teresa Castaldo a fare gli onori di casa. Il ministro ha scandito dal palco: “Questo è un referendum decisivo, potete decidere se cambiare il nostro Paese votando il Sì, o se lasciare le cose come stanno votando No”. Dichiarazione riportata anche in Italia dall’Ansa. Il giorno successivo il Fatto ha smascherato il bluff della missione istituzionale. E Palazzo Chigi si è affrettato a smentire: “Non è in programma nessuna iniziativa di partito”. Ma poche ore dopo, la conferma è arrivata da Boschi che ha pubblicato su Twitter e Facebook le foto del comizio al Coliseo accompagnate da un sintetico status: “A Buenos Aires per raccontare come stiamo cambiando il nostro Paese. Per un’Italia più semplice basta un Sì”. Il messaggio era fin troppo chiaro. A Palazzo Chigi però è risuonato come un allarme. Renzi ha accettato lo scontro e deciso di investire ancora di più Lotti nel “controllo” del petalo appassito. Diminuendone ulteriormente l’autonomia. E così anche i suoi interventi televisivi nei comodi (e accomodanti) talk italiani sono dovuti passare al vaglio del commissario.
Il “non vado” “anzi vado” con La7
Il 5 ottobre c’è il salotto di Porta a Porta. Maria Elena è invitata a confrontarsi con Stefano Parisi, il leader a metà del centrodestra, investito da Silvio Berlusconi e osteggiato dai forzisti doc capitanati da Renato Brunetta. Parisi è un moderato e soprattutto, per quanto si sia timidamente schierato per il No (invitando Renzi a rimanere al suo posto), rappresenta una fascia di elettorato cui il premier guarda con bramosia. A Boschi viene dato il via libera a partecipare con il suggerimento di occhieggiare a Parisi per accattivarsi il suo seguito. E che fa la Boschi? Aggredisce Parisi. Lo pressa. Fino a spingerlo ad ammettere: “Forza Italia non è il mio partito”. La performance non piace a Palazzo Chigi. E così quando due giorni dopo è attesa a Otto e mezzo (proprio nel momento di maggior freddezza tra La7 e il premier) con un confronto ben più imprevedibile con Matteo Salvini, le viene intimato di non andare. La sua presenza viene cancellata, come ricostruito dal Fatto il 7 ottobre. L’improvvisa marcia indietro fa emergere le difficoltà del Giglio magico, cavalcate dal leader della Lega. Le polemiche costringono Renzi a un ripensamento. Di cui però si pente. Perché Boschi cade proprio dove non dovrebbe: Banca Etruria. Salvini punta dritto alla truffa dei risparmiatori, ma non parla mai del padre del ministro. È lei che si mostra in difficoltà e fa riferimenti al genitore indagato. Da quel 7 ottobre, Boschi è sparita dagli schermi. Renzi ha deciso di fare da solo. Almeno per ora. Almeno in tv. Lei rimane il volto della riforma, ha presentato il libro Perché Sì e va in giro per l’Italia a fare campagna elettorale ma le è stato vietato – a oggi – di parlare con la stampa. I rapporti idilliaci con il capo sono ormai un ricordo. C’è chi già dà per certo che il ruolo di Maria Elena sarà ulteriormente ridimensionato. Gira, con insistenza, lo scoramento del capo: “Non so più come fare”.