lunedì 25 marzo 2019

Salvini: "La cittadinanza è cosa seria, non un biglietto per il Luna Park"...



Matteo Salvini mette una pietra sopra alla demagogia della sinistra che, sfruttando i ragazzini che hanno sventato l'attenato sullo scuolabus, prova a riportare in parlamento il dibattito sullo ius soli.
"Non se ne parla nemmeno", taglia corto il ministro dell'Interno rispendendo al mittente le pressioni dei notabili piddì che, in crisi di voti, provano a ricompattare il centrosinistra intorno alla battaglia per riformare le normative che regolano la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati.
Da Graziano Del Rio a Nicola Zingaretti, passando per Walter Veltroni a Matteo Orfini, i bigdem stanno cavalcando la storia di Ramy, il 13enne egiziano che con una telefonata ha allertato i carabinieri sventando così il folle piano del senegalese Ousseynou Sy, per rimettere al centro del dibattito politico la battaglia sullo ius soli. Una battaglia che, quando Paolo Gentiloni sedeva a Palazzo Chigi, il Partito democratico aveva disertato per mancanza di voti in parlamento e per paura di perdere consensi nel Paese. "Sappiamo benissimo che con i numeri di questa legislatura sarà quasi impossibile portarlo a casa - ammette Orfini in un post su facebook - l'occasione vera l'abbiamo persa in quella precedente". Eppure, al quartier generale del Pd, nessuno vuole guardare in faccia alla realtà. E così corrono a inviare lettere a Repubblica per spronare il popolo di centrosinistra a rimboccarsi le maniche. "Non abbiamo bisogno di odio generato a volte dal rancore e dalla discriminazione - scrive Zingaretti - ma di un'Italia che dia opportunità a tutti e tutte". E Veltroni dietro a fargli l'eco: "Il Pd deve saper declinare i suoi valori in questo tempo della storia - pontifica in una intervista su Repubblica - vengono oggi messi in discussione valori fondamentali, sociali, civili e umani".
Il dibattito, però, è solo interno alla sinistra. In parlamento, infatti, nessuno vuole rimettere mano a una riforma osteggiata dalla maggioranza degli italiani. "L’Italia è già oggi il Paese che concede più cittadinanze ogni anno, non serve una nuova legge", ha tagliato corto Salvini. Che ha poi messo in guardia la sinistra buonista: "La cittadinanza è una cosa seria e arriva alla fine di un percorso di integrazione, non è un biglietto per il Luna Park". Certo, in singoli casi eccezionali, come appunto quello di Ramy, il governo può concederla anche prima del tempo. "Ma - ha messo in chiaro il vice premier leghista - la legge non cambierà".
Anche fuori dalla maggioranza sono in molti a pensarla come Salvini. Da Forza Italia è arrivato un secco "no" allo ius soli. "Se siamo riusciti a bloccare l'assurda proposta dello ius soli in un Parlamento in cui la sinistra era più forte - ha commentato Maurizio Gasparri - figuriamoci che fine farebbe oggi una sortita del genere nell'attuale Parlamento". Per il senatore azzurro è "vergognoso sfruttare fatti di cronaca per alimentare una campagna pro immigrazione. Riemergono registi falliti, come Veltroni che dovrebbe piuttosto parlarci del flop del suo film, non dello ius soli""Ci si occupi piuttosto di espellere seicentomila stranieriche continuano illegalmente a rimanere in Italia", ha concluso.

giovedì 21 marzo 2019

Scoperta loggia segreta: Arrestati politici e professionisti.

Ventisette ordinanze di custodia cautelare. Ai domiciliari Francesco Cascio. Indagini anche al ministero dall'Interno.
Una loggia segreta capace di condizionare la politica e la burocrazia.Ne avrebbero fatto parte, a Castelvetrano, massoni, politici e professionisti. È un blitz che fa rumore quello dei carabinieri del Nucleo investigativo di Trapani. Ventisette le persone arrestate e dieci indagate a piede libero. 
La mente dell'associazione a delinquere segreta sarebbe l’ex onorevole regionale di Forza Italia Giovanni Lo Sciuto. Ai domiciliari finiscono l'ex deputato di Forza Italia Francesco Cascio e l'ex sindaco di Castelvetrano, Felice Errante.
L’inchiesta è coordinata dal procuratore Alfredo Morvillo, dall’aggiunto Maurizio Agnello e dai sostituti Sara Morri, Andrea Tarondo e Francesca Urbani e ruota attorno alla figura di Lo Sciuto, in passato indagato - ma arrivò un'archiviazione - per avere finanziato la latitanza di Matteo Messina Denaro. Era il 1998, poi la scalata politica con l'approdo alla commissione parlamentare Antimafia.
Le indagini recenti lo indicano come l'uomo chiave del sistema corruttivo che condizionava la vita politica di Castelvetrano (piazzando assessore massoni a Castelvetrano) e quella amministrativa all'Inps di Trapani (controllando l'erogazione delle pensioni di invalidità grazie al medico dell'Istituto Rosario Orlando). Si indaga anche su nomine politiche e finanziamenti regionali. Un filone dell'inchiesta arriva fino al ministero dell'Interno per una fuga di notizie.
Sarebbe stato Cascio a rivelare l'esistenza dell'inchiesta trapanese, dopo averlo appreso da Giovannatonio Macchiarola, allora segretario del ministro dell'Interno Angelino Alfano.
Un avviso di garanzia ha ricevuto l'ex rettore dell'Università di Palermo Roberto Lagalla, oggi assessore regionale all'Istruzione: avrebbe favorito la figlia di Orlando nell'aggiudicazione di una borsa di studio.
Del gruppo segreto avrebbero fatto parte anche Giuseppe Berlino (ex consigliere comunale di Castelvetrano e componente della segreteria tecnica dell'assessorato regionale ai Beni culturali) e Gaspare Magro (commercialista), mentre i domiciliari sono stati concessi al vice sindaco di Castelvetrano, Lo Sciuto avrebbe controllato pure finanziamenti regionali e soprattutto un fiume di pensioni di invalidità, sono 70 quelle al vaglio degli inquirenti.
Nella macchina del consenso di Lo Sciuto trovava posto anche Paolo Genco, presidente dell'Anfe, colosso della formazione giù travolto dagli scandali,: è stato arrestato perché avrebbe fornito soldi e posti di lavoro a Lo Sciuto che in cambio avrebbe sponsorizzato delibere e progetti di legge riguardanti l'Anfe.
Tra gli arrestati anche i poliziotti Salvatore Passannante, Salvatore Virgilio e Salvatore Giacobbe

mercoledì 20 marzo 2019

Saviano ora finisce alla sbarra: "Tutta colpa del ministro Salvini"



Roberto Saviano andarà a giudizio per aver definito Matteo Salvini "Ministro della Mala Vita".
E così l'autore di Gomorra su Repubblica punta il dito ancora una volta contro il titolare del Viminale e va ancora all'attacco: "Sì, confermo la notizia. Verrò processato. Verrò processato per aver definito il ministro dell'Interno "ministro della Mala Vita". Ribadisco pienamente la mia definizione, ne difendo la legittimità e vado con serenità e con certa fierezza a farmi processare. Io, cittadino come tanti, come tutti, sarò processato; il ministro, invece, ha deciso di sottrarsi al processo, seriamente e giustamente spaventato dal fatto che la sua condotta nel caso Diciotti possa farlo condannare".
Parole pesanti che riaprono lo scontro tra lo scrittore e il leader della Lega. Poi rincara la dose: "Questo processo che mi vedrà imputato, se non altro, costringerà Matteo Salvini a dire la verità o, quantomeno, a pronunciare sotto giuramento, dinanzi a uno spazio di verificabilità, le sue affermazioni, cosa che fino a oggi non è mai accaduta, trovandosi nel più agevole ambito della propaganda, dove ogni menzogna è manipolata, costruita, seminata sul terreno della bile, della frustrazione di un Paese disorientato da cui sta, per ora, e solo per ora, ricavando consenso". Ma alle parole dello scrittore aveva già risposto ieri il ministro con un tweet: "Noi lavoriamo per gli italiani, lui insulta dandomi del Ministro della Mala Vita e del buffone. Che dite, oltre al bacione gli regaliamo anche una bella querela???".

Arrestato Marcello De Vito (m5s). Vergognati, fai perdere la faccia a tutti!

De Vito è stato arrestato nell'ambito di una operazione del Comando Provinciale di Roma che ha portato ad altri tre arresti e una misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale nei confronti di due imprenditori. I reati ipotizzati, a seconda delle posizioni, sono di corruzione e traffico di influenze illecite. L'indagine riguarda, oltre alle procedure connesse alla realizzazione del nuovo stadio della Roma, anche la costruzione di un albergo presso la ex stazione ferroviaria di Roma Trastevere e la riqualificazione dell'area degli ex Mercati generali di Roma Ostiense. L'indagine ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate da imprenditori attraverso l'intermediazione di un avvocato ed un uomo d'affari, che fungono da raccordo con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari.
Ribollono le chat dei consiglieri M5S di Roma dopo la notizia dell'arresto del presidente dell'Aula Giulio Cesare, Marcello De Vito. Nessuna reazione ufficiale dal gruppo per ora, ma sono i singoli a raccontare il loro sconcerto. "Sono scioccata. Aspetto di capire meglio. Nelle chat la reazione è univoca. Tutti dicono 'impossibile che sia successo'", afferma la consigliera Eleonora Guadagno. "Siamo annichiliti", le fa eco, interpellata in merito, la collega Teresa Zotta. Che, a chi le chiede se si riuscirà ad andare avanti, risponde: "Vediamo, questa è dura. Ci incontreremo sicuramente, non posso credere ad una cosa del genere". Anche il pentastellato Angelo Diario si dice sorpreso: "Se andremo avanti? E' uno su 28. Sono più dispiaciuto a livello personale, conoscendolo mi sembra strano".
"Non abbiamo nulla da dichiarare sulla vicenda giudiziaria che riguarda il presidente del consiglio comunale di Roma, Marcello De Vito. Fiducia nella magistratura. Se daremo un giudizio, lo daremo alla fine dell'iter processuale. Lo dico ai 5Stelle: noi siamo garantisti sempre. Non a secondo delle convenienze e delle persone che vengono indagate". Così Marco Miccoli, coordinatore nazionale della comunicazione del Pd.
"Mi auguro che la vicenda possa chiarirsi, perché Roma e i romani si meritano trasparenza, onestà e capacità, si meritano una amministrazione e una politica che possano valorizzarli e valorizzare le straordinarie qualità della nostra capitale. Ma per la Giunta Raggi oggi è il tempo della riflessione sul proprio futuro, perché non è da escludere un passo indietro". Così, sulla sua pagina Facebook, il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti.

domenica 17 marzo 2019

LA GRANDE TRUFFA DELL’UNICEF: I SOLDI DELLE OFFERTE? IL GROSSO E’ DESTINATO A STIPENDI FARAONICI, VIAGGI E VILLE DI LUSSO E SONTUOSE CAMPAGNE PUBBLICITAIRE



I dati che ci arrivano sono davvero spaventosi, e se confermati, potremmo quasi osare dire di trovarci davanti ad una vera e propria truffa.
In Italia, solo per gli stipendi e le campagne promozionali si brucia quasi la metà dei soldi raccolti.
Per non parlare dei costi delle strutture, che proprio in Italia sono tra i più elevati, basti pensare solo alle megaville che Unicef possiede a Roma.
Altra stranezza riguarda il fatto che, in Italia, Unicef non destini nemmeno un euro dei suoi soldi ai piccoli profughi che giungono sulle nostre coste. Eppure in altri parti del Mondo Unicef è molto attivo in tal senso.
Il punto è che i soldi di Unicef Italia, nel nostro paese, finiscono quasi tutti bruciati tra costi dell’associazione e burocrazia.
Senza dimenticare che il comitato centrale di Ginevra gestisce quest’associazione mondiale senza dare conto a nessuno, senza lasciare libertà di scelta ai singoli comitati nazionali.
Basti pensare che, un paio di anni fa, alcuni consiglieri Unicef proposero a Ginevra di destinare almeno il 5% dei soldi raccolti ai bambini indigenti italiani. Ma da Ginevra non è mai giunta nessuna risposta!
In pratica la filiale italiana viene semplicemente usata come “cassa” alla quale attingere per finanziare i progetti nel Terzo Mondo.
E intanto i donatori italiani continuano a subire una vera e propria truffa!
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Unicef: fondi destinati a campagne pubblicitarie, ville e stipendi dei dirigenti
La filiale italiana dell’Unicef viene usata dai vertici di Ginevra come se fosse un bancomat. Si prelevano soldi per la realizzazione di vari e svariati progetti, ovunque, tranne che in Italia.
Non si è mai vista una bandiera Unicef in nessuno tra le migliaia di sbarchi in Sicilia, Calabria e Sardegna. Oltre mezzo milione di bambini, spesso non accompagnati, accolti dai volontari e da altre associazioni non governative. Dove è l’Unicef così attivo in qualsiasi emergenza umanitaria in qualsiasi parte del mondo?
Dagli anni ’70 ad oggi sono stati raccolti dal Comitato italiano Unicef oltre 2 miliardi di euro, ma per l’assistenza ai bambini italiani o ai figli degli immigrati sbarcati sulle nostre coste non è stato speso neanche un centesimo.
Tra l’altro, la povera Italia non ha neanche mai alzato la cresta, né preteso alcunchè dai vertici Ginevra. Per paura di vedersi revocato lo status, forse, ma comunque si è sempre limitata ad eseguire gli ordini senza partecipare ai comitati e senza proporre propri progetti. Perciò solo raccolta fondi senza alcun benefit, questo fa la sede italiana.
Ma allora i soldi dove vanno a finire se i bimbi italiani e quelli italiani acquisiti muoiono di fame? Negli stra-stipendi, nelle mega-ville e nelle super-campagne. Sì, superlativi, perché superlative sono le somme di danaro di cui stiamo parlando. Nel 2015 sono stati spesi in campagne promozionali e strutture circa 20 milioni di euro, su 55 ricavati. La sede centrale di Roma è un complesso di due enormi ville collegate tra loro da un ponticello pedonale, con una tecnologicissima sala conferenze e dei sotterranei con tanto di scavi archeologici dell’età imperiale annessi e connessi.
L’analisi della dinastia dei presidenti del comitato italiano di certo non giova alla situazione. A predisporre il restauro fu il Presidente Giovanni Micali, costretto alle dimissioni poco dopo per una strana manovra di Palazzo. A lui subentrò Antonio Sclavi, consigliere del Monte dei Paschi di Siena e proprietario di varie panetterie in Toscana. Poi ci fu Vincenzo Spadafora, pupillo di Micali, poi quello che era stato vice presidente amministrativo dell’ente, Giacomo Guerrera, detto lo “sparagnino”, eletto per il rotto della cuffia. A Guerrera piace così tanto la poltrona che ha fatto di tutto per allungare il suo mandato di un anno, modificando uno statuto considerato intoccabile fino ad oggi.
Che in quest’anno in più riesca a destinare qualche soldo ai bambini che muoiono di fame sul nostro territorio, oppure vogliamo fare altri lavori alla villa?

sabato 16 marzo 2019

Guai per Berlusconi: Imane Fadil, Silvio Berlusconi: “Non l’ho mai conosciuta”. Ma per i giudici è stata ad Arcore 6 volte ed era teste “credibile”



Lui nega di averla conosciuta, lei è morta. Ma a smentire Silvio Berlusconi – che ai giornalisti che gli chiedevano un commento sull’avvelenamento di Imane Fadil, la modella marocchina parte civile nel processo Ruby bis (quello contro Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora) e teste in quelli contro il leader di Forza Italia, dichiara: “Non l’ho mai conosciuta”, ci sono le indagini e le motivazioni delle sentenze dei processi. Sia quelle contro l’ex direttore del Tg4, dell’ex agente dei vip e dell’ex igienista dentale poi diventata consigliera regionale, sia quelle che hanno portato all’assoluzione definitiva dell’ex Cavaliere.
L’allora 25enne è stata sei volte ad Arcore, una volta si era esibita nella danza del ventre e in una occasione aveva rifiutato di restare a dormire a Villa San Martino con l’offerta di 5mila euro. Secondo i giudici del processo d’appello a Fede&co la testimone è sempre stata attendibile. La vittima ha incontrato altre due volte Berlusconi: il 29 agosto 2019 nel ristorante milanese “Da Giannino” e anche a Villa Campari, a Lesa, sul lago Maggiore il 4 settembre. “Spiace sempre che muoia qualcuno di giovane. Quello che ho letto delle sue dichiarazioni mi ha sempre fatto pensare che possano essere tutte cose inventate e assurde” ha detto. Ma per tutti i magistrati, che si sono occupati del caso, Imane Fadil non solo era credibile, ma quando riferì anche “dettagli vantaggiosi per l’imputato” come sostengono le toghe, che in secondo grado, hanno assolto Berlusconi dalle accuse di concussione e prostituzione minorile. 
I giudici: “Teste credibile, racconti riscontrati”
A pagina 33 delle motivazioni della IV Corte d’appello di Milano
 – nel processo contro Mora, Minetti e Fede – si legge che “Imane Fadil era stata ad Arcore più volte”: la prima nel febbraio del 2010 portata dall’ex agente dei vip e la “serata era stata connotata da attività prostitutiva estrinsecatasi nel consueto format”. Una secondo volta la ragazza era stata attirata nella residenza dell’allora premier da Fede. Imane aveva un impegno a Montecarlo, ma l’allora direttore del Tg4 aveva insistito e aveva continuato a chiamarla per dirle di fare presto perché c’era in ballo un’opportunità di lavoro. La modella, che era in difficoltà economica, era tornata indietro.
Quella sera, stando al suo racconto, aveva visto tra le altre cose Iris Berardi fare uno spogliarello. Agli inquirenti, di quella sera, aveva riferito della gentilezza di Berlusconi che non le aveva fatto nessuna proposta e non le aveva regalato nulla. L’aspirante giornalista sportiva torna ad Arcore il 25 agosto, sempre su invito di Fede. Dopo lo streep tease della Berardi, lei aveva eseguito una danza del ventre su richiesta dell’onorevole Maria Rosaria Rossi. Il presidente del Consiglio, si legge nelle motivazioni, “aveva apprezzato la sua esibizione e le aveva regalato un piccolo anello”. Un racconto, riscontrato stando ai giudici, da alcune conversazioni intercettate quello stesso giorno prima della “cena elegante”. Ad Arcore Fadil era tornata il 26 e il 27 agosto. In quelle due serate non c’erano stati momenti erotici o esibizioni, la prima sera la ragazza aveva visto una partita di calcio e quella successiva un film satirico su Fini fatto produrre dall’ex premier. Il riscontro della presenza ad Arcore – scrivono i magistrati – è dato dalle telefonate in cui prendeva con Fede per avere il passaggio in auto e dalla telefonata del 28 agosto intercettata in cui Mora e Fede parlavano della presenza della giovane la sera precedente.
I 5mila euro donati dopo la richiesta di rimanere ad Arcore
Anche il 29 agosto la modella era stata invitata. Questa volta l’appuntamento era nel ristorante “Da Giannino”, locale in passato molto frequentato dal leader di Forza Italia. In quell’occasione a Fadil, secondo il suo racconto, era stato presentato Adriano Galliani, l’allora ad del Milan. Anche questo, scrivono i giudici, “risulta riscontrato dal contenuto” di una telefonata. Il 4 settembre era stata invitata, a Lesa, a Villa Campari dove Imane veniva accompagnata dall’autista dello stesso Fede insieme ad altre due olgettine tra cui Nicole Minetti. È ancora una telefonata che riscontra il racconto: “In questa telefonata Giorgio Puricelli (ex fisioterapista del Milan ed ex consigliere regionale, ndr) confermava a Fede che avrebbe accompagnato sul lago Fadil oltre a Nicole e Barbara (Faggioli, nd)”. La sera del 5 settembre invece a Villa San Martino era arrivata in taxi: quella sera si festeggiava il compleanno di una delle olgettine, Aris Espinoza. Durante il solito bunga bunga Fadil era stata coinvolta in una “danza erotica” proprio dalla Espinoza, ma si era rifiutata. Quella sera l’allora premier l’aveva ricevuta nel suo studio e le aveva detto che aveva saputo da Fede che si trovava in una situazione di particolare difficoltà economica: le aveva dato 5mila euro in una busta e l’aveva invitata a rimanereper la notte. Ma lei era andata via e aveva preso il denaro. Anche su questo racconto i giudici scrivono che quanto riferito da Fadil “trova riscontro”: in ben tre telefonate. Nella prima si evince che Fadil e Fede era d’accordo di vedersi nel corso della serata, nella seconda che era stato chiesto alla modella di ballare ancora la danza del ventre ma che non aveva potuto perché non aveva trovato un abbigliamento adatto. Nella terza c’è la conferma della presenza alla serata di un ballerino cubano e che la ragazza aveva ricevuto un compenso: i 5mila euro comunque donati da Berlusconi anche se non si era fermata a dormire.
La credibilità di Fadil è riscontrata – scrivono i giudici – dalla descrizione precisa e dettagliata del diverso contenuto delle serate a cui ha preso parte. La teste ha indicato con estrema precisione le diverse attività compiute nelle diverse serate, tutte puntualmente collocate temporalmente. Inoltre anche lei ha riferito, in alcune di esse, lo svolgimento dell’attività prostitutiva secondo il cosiddetto format trifasico, descrivendolo in modo identico alle altre testimoni già citate che non conosceva. Ulteriormente plurimi e puntuali riscontri al contenuto delle sue dichiarazioni che derivano da intercettazioni telefoniche. La pluralità e la precisione di tali riscontri esclude qualsiasi dubbio in ordine alla credibilità di quanto narrato da Fadil”. Sicuramente non si tratta di “cose inventate e assurde” come oggi dice il candidato alle elezioni europee.
Anche i giudici che assolsero Berlusconi: “Fadil credibile”
Ma non ci sono solo i giudici del processo contro Minetti, Mora e Fede a stabilire che la marocchina, morta a 34 anni dopo oltre un mese di agonia, ha sempre detto la verità. Anche i giudici del Tribunale di Milanoche condannarono Berlusconi, e i giudici d’appello che invece lo assolsero, scrivono nelle motivazioni che le dichiarazioni della modella era vere. I magistrati di primo grado – a pagina 228 dopo aver riportato le dichiarazioni e i riscontri – scrivono: “In conclusione la deposizione di Fadil Imane, in sé credibile e coerente, nonché debitamente riscontrata dalla risultanze delle attività tecniche … risulta del tutto concorde” con quello di altre testi. Anche i magistrati dell’appello parlano del “racconto” della modella come “intrinsecamente coerente, privo di accentuazioni che possano tradire intenti calunniosi”. Anzi la teste “è ben attenta a riferire dettagli anche vantaggiosi all’imputato…“.

Vergogna Inps, premi ai medici che negano malattia e invalidità. Ordine invita alla disobbedienza: ‘Aberrazione, noi contrari’



Non siamo i medici dello Stato ma del cittadino. Questo incentivo, se confermato, è un’aberrazione per la professione medica e segna il tradimento di principi costituzionali. Chiunque debba valutare, sappia che siamo contrari”. E’ durissimo il giudizio del presidente dell’Ordine dei Medici sulla decisione dell’Inps di introdurre per la prima volta da quest’anno le prestazioni per malattia negate e invalidità revocate tra i criteri di valutazione utili alla retribuzione di risultato dei medici, senza per altro far riferimento a quelle indebitamente riconosciute, oggetto di programmazione di specifica attività ispettiva. La delibera è firmata direttamente dal presidente Tito Boeri a marzo 2018 ma la notizia emerge e deflagra solo ora, soprattutto grazie alla denuncia di Vittorio Agnoletto. Secondo l’attuale “Piano delle performance” dell’ente, che ognuno può consultare sul sito, più il medico negherà prestazioni e più sarà pagato. Da questa attività, promettono le tabelle dell’Inps, si otterranno così minori prestazioni per altri 10 milioni di euro, portando il totale 2018 sopra quota 81 milioni.

Il cuore della questione non sono le cifre, come spiega il Presidente Filippo Anelli che rappresenta tutti i 350mila camici bianchi d’Italia: “In premessa  – dico che forse oggi paghiamo il mancato rispetto delle norme da parte di qualcuno, cosa che purtroppo nella nostra società non è residuale ma abbastanza frequente. Diciamo che c’è un costume generale nel Paese che forse ha portato a fare questo. Ma come Federazione ci siamo sempre posti e ci poniamo come problema il fatto che gli strumenti di carattere manageriale-economicistici molto spesso confliggono con la professione, cioè non sempre rispondono a bisogni e obiettivi convergenti. E questo riguarda tanti aspetti, ma per i medici prima vengono gli obiettivi di salute, poi quelli economici”. Da qui, le obiezioni specifiche.
La prima è riferita proprio all’ente pubblico, all’Inps. “Non ritengo possa avere come obiettivo quello del risparmio, ma quello del riconoscimento o meno di un giusto diritto. Credo che lo Stato oggi dovrebbe essere il maggior garante dei diritti, quindi mi fa specie che anteponga una questione di carattere economico a un diritto del cittadino. Da un punto di vista concettuale è difficile da accettare, lo dico da cittadino e non da medico. Io mi aspetterei che la mia Repubblica Italiana, fondata su determinati diritti, avesse come maggior garante lo Stato e i suoi organi. Nel momento in cui qualcuno mi incentiva a non applicare un diritto, allora è un vero e proprio tradimento della Carta costituzionale. In senso etico, credo, che questo problema debba essere posto. Non mi pare assolutamente possibile transigere”.

La misura controversa risale però a marzo 2018, dov’è stato l’Ordine in questi sei mesi? “Ha ragione quando dice che gli ordini dovrebbero dire la loro su scelte di carattere manageriale che confliggono su aspetti deontologici. Ma una volta era costume che l’Inps e non solo convocasse e sentisse l’Ordine sui rinnovi contrattuali e sulle misure che toccano aspetti deontologicidella professione. Era una sana abitudine che si è persa da quando i contratti non sono più stabiliti per decreto ma privatistici. E’ forse l’occasione per rilanciare la questione, perché l’Ordine è qui anche per questo.Vorrei poi vedere, stando sui numeri, quante sono le domande e le erogazioni negate e quanti contenziosi, con relativo costo, per le casse dello Stato. Quanto cioè questo voler ad ogni costo, anche pagando il medico perché lo faccia, questo rigettare la domanda dei cittadini comporti un beneficio. Non so, per così dire, se l’impresa valga la spesa”.
Poi l’affondo sulla deontologia, messa a rischio da un pezzo dello Stato. “Non si può anteporre il diritto del cittadino a un pur ragionevole incentivo del medico. Le due cose non possono essere confliggenti. Puoi chiedere al medico di essere più efficientesugli aspetti gestionali e operativi del suo lavoro, ma non di negare dei diritti. Se secondo loro le commissioni mediche non sono efficienti, trovino un modo per renderle tali, ma non agendo sul merito delle loro decisioni. E’ insultante anche per il medico che dietro un promesso corrispettivo si trasformi da compiacente facilitatore degli abusi a rigido funzionario che finalmente applica norme già previste. E’ insultante che lo Stato assuma un punto di vista come questo sul medico. Non puoi svendere per qualche euro in più in busta paga l’autonomia di pensiero e di giudizio professionale”.